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Vorrei che i sogni rimanessero al mio fianco


Il 28 novembre è morto Lucio Magri. O meglio, ha scelto di morire, tramite suicidio assistito, in una clinica svizzera. I compagni del Manifesto, che hanno condiviso con lui i molti anni di militanza politica, sin dal 1969, anno di fondazione del quotidiano, ora lo ricordano come un uomo forte, schietto, un po' arrogante, intransigente con gli altri almeno quanto lo era con se stesso. La scelta estrema del suicidio è difficile da spiegare, soprattutto per chi lo amava e considerava il suo contributo intellettuale ancora necessario. Ma ciò che più colpisce chi conosceva solo i suoi scritti, o non lo conosceva affatto, è che la decisione di morire facendosi assistere in una clinica non era conseguenza, come quasi sempre succede, di una condizione fisica disperata, di una situazione in cui, almeno in parte, “la vita non è più vita”.

Forse è più difficile accettare che un male oscuro e intangibile come la depressione costituisca un'eguale condizione di “non vita”. Ma per Lucio Magri il male della psiche aveva assunto la forma sensibile di una impossibilità fisica di andare avanti: di mettere un piede davanti all'altro, un giorno dopo l'altro, un respiro dopo l'altro. L'impossibilità, forse, di respirare almeno per qualche istante all'unisono con il mondo. La certezza che per quanto si possa ancora vivere, non ci sarà più il piacere della sorpresa, l'ansia del bivio, lo sconforto della delusione. Solo il proprio fiato, grigio nel grigio, che pulsa sempre più in fretta o più lentamente della vita intorno a sé. Luciana Castellina, Valentino Parlato, Pietro Ingrao e molti altri danno diverse motivazioni a questa impossibilità: le vicende politiche degli ultimi decenni, che hanno visto la sconfitta del comunismo in Italia e nel mondo; la sensazione invincibile di non essere più necessario agli altri, alla crescita politica e intellettuale del suo Paese; ma soprattutto (e principale motivo dello sconforto che ha influito sulle prime due cause, ingigantendole e rendendole insopportabili) la morte della compagna di una vita, in seguito ad un calvario durato molti anni.

La morte di Magri ha riacceso la discussione sulle condizioni del fine vita in Italia. Di sicuro la sua vicenda non è paragonabile a quella di Eluana Englaro, o a quella di Piergiorgio Welby, entrambe molto note e tuttavia molto diverse tra loro: la battaglia legale portata avanti dal padre di Eluana, Beppino Englaro, era finalizzata ad ottenere la sospensione dell'alimentazione forzata dopo anni che sua figlia era stata dichiarata in stato vegetativo irreversibile; Piergiorgio Welby invece era affetto da distrofia muscolare progressiva, ed era ben cosciente quando, immobilizzato nel suo letto, chiedeva l'eutanasia. Tuttavia queste storie di vita e di morte hanno in comune il loro accadere in uno Stato nient'affatto laico, la cui politica è tenuta in ostaggio da una Chiesa sovrana e invadente; uno Stato che nega senza possibilità di appello il diritto a morire, anche quando accelerare la morte è necessario, per dirla con Welby, a “impedirle di distruggere, in poco tempo, tutta una vita”. L'eutanasia in Italia semplicemente non è prevista dalla legge. L'attuale legge sul testamento biologico, approvata nel luglio 2011, dice che la DAT (dichiarazione anticipata di trattamento) è valida solo se si è in stato vegetativo; ma in ogni caso questa non può in alcun modo imporre la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione forzate.  

Morire, se e quando lo si decida in modo cosciente e incontrovertibile, è un diritto, anzi il diritto supremo dell'essere umano dotato di ragione. È l'estrema e ultima possibilità, quindi la più alta, di decidere del proprio destino. Di decidere, soprattutto, che la propria dignità, quell'io controllabile e determinabile che ci accompagna, insieme  all'inconscio e all'irrazionale (e forse non troppo scissa da questi), per tutta la vita, deve essere preservata dal tempo e dalla malattia; deve restare, per noi e per il mondo, quale l'abbiamo decisa con la nostra ultima volontà. Come scriveva Welby qualche tempo prima di morire: “Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia. E vorrei morire all’alba insieme a loro..” 

 

Martedì 6 dicembre alle ore 17 in aula N al Liviano (Piazza Capitaniato, Padova) si parlerà di testamento biologico con Beppino Englaro e Cristiano Samueli, nell'ambito dell'iniziativa Costituiamoci! Organizzata da Associazione Studenti Universitari e Sindacato degli Studenti.

 

(dichiarazione anticipata di trattamento) è valida solo se si è in stato vegetativo; ma in ogni caso questa non può in alcun modo imporre la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione forzate.
Morire, se e quando lo si decida in modo cosciente e incontrovertibile, è un diritto, anzi il diritto supremo dell'essere umano dotato di ragione. È l'estrema e ultima possibilità, quindi la più alta, di decidere del proprio destino. Di decidere, soprattutto, che la propria dignità, quell'io controllabile e determinabile che ci accompagna, insieme  all'inconscio e all'irrazionale (e forse non troppo scissa da questi), per tutta la vita, deve essere preservata dal tempo e dalla malattia; deve restare, per noi e per il mondo, quale l'abbiamo decisa con la nostra ultima volontà. Come scriveva Welby qualche tempo prima di morire: “Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia. E vorrei morire all’alba insieme a loro..”
Martedì 6 dicembre alle ore 17 in aula N al Liviano (Piazza Capitaniato, Padova) si parlerà di testamento biologico con Beppino Englaro e Cristiano Samueli, nell'ambito dell'iniziativa Costituiamoci! Organizzata da Associazione Studenti Universitari e Sindacato degli Studenti.(dichiarazione anticipata di trattamento) è valida solo se si è in stato vegetativo; ma in ogni caso questa non può in alcun modo imporre la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione forzate.  Morire, se e quando lo si decida in modo cosciente e incontrovertibile, è un diritto, anzi il diritto supremo dell'essere umano dotato di ragione. È l'estrema e ultima possibilità, quindi la più alta, di decidere del proprio destino. Di decidere, soprattutto, che la propria dignità, quell'io controllabile e determinabile che ci accompagna, insieme  all'inconscio e all'irrazionale (e forse non troppo scissa da questi), per tutta la vita, deve essere preservata dal tempo e dalla malattia; deve restare, per noi e per il mondo, quale l'abbiamo decisa con la nostra ultima volontà. Come scriveva Welby qualche tempo prima di morire: “Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia. E vorrei morire all’alba insieme a loro..” 


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Ultimo aggiornamento (Lunedì 05 Dicembre 2011 21:04)

 
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