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“Take charge of your PhD project!”


di Pierpaolo Spinelli




Da un'esperienza di studio e ricerca in Olanda, un gioco delle parti per insegnare ai dottorandi a non farsi mettere i piedi in testa.






Chi scrive è un dottorando italiano di un piccolo centro di ricerca sui materiali di Amsterdam, che si occupa di innovazione per le celle solari. Pubblichiamo volentieri!


Immaginate una situazione del genere: il vostro supervisore, dal momento che sarà impegnato in una conferenza molto importante, vi chiede di sbrigare del lavoro extra per lui e non è la prima volta.  Sicuramente vi porterà via molto tempo ed energia, con il risultato che il progetto al quale vi state dedicando, quello regolato da contratto e per cui siete pagati, rallenterà e magari non riuscirete a consegnare in tempo il lavoro. Vorreste dirgli di no, ma come fare? Si tratta pur sempre del vostro capo, quello che magari si rivolge a voi con modi cordiali, sorridendo apprezzando il vostro progetto. Bene, starete pensando che queste cose succedono solo in Italia e invece no, supervisori del genere esistono ovunque. 

In Olanda, però vi insegnano a “saper dire no” al vostro capo. Proprio così: vi insegnano a saper gestire, con tanto di lezioni e di prove pratiche, il rapporto con il vostro superiore!
Take charge of your PhD project! è il nome di un corso di formazione obbligatorio per dottorandi che tradotto in italiano suona all'incirca come “prendi in mano le redini del tuo dottorato”.  Si tratta di un corso per imparare ad organizzare tempi e modalità con cui realizzare il vostro progetto, sviluppare proficue relazioni interpersonali con i colleghi e a crearsi una rete di collaborazioni, fondamentali nel campo della ricerca scientifica.
 

Alcune lezioni del corso consistono nella simulazione di particolari situazioni, nelle quali può imbattersi un dottorando. Ti chiedono, ad esempio, di recitare il ruolo dello studente di dottorato alle prese con il suo relatore, a sua volta personificato da un attore, in diversi contesti: dover dire no al tuo boss,  dover fissare un appuntamento con un supervisore molto caotico e disorganizzato, dover trattare con un capo irascibile e pazzo (ebbene si, può capitare anche questo!), dover negoziare su qualche sua decisione, ecc.
Il tutto si svolge alla presenza di un trainer (allenatore), che può interrompere la scenetta in ogni momento, per commentare le reazioni, dare consigli, impedire di commettere gravi errori, e così via mentre gli altri studenti, che osservano, al termine possono suggerire o commentare.
Prima di partecipare, da scettico, ero certo che mi sarei trovato in una situazione sgradevole, dovendo alzarmi, improvvisare e recitare davanti a tutti gli altri, insomma un grande imbarazzo.
L’attore ed il trainer sono sempre pronti a tirar fuori gli aspetti positivi di tutti i partecipanti, che emergevano durante queste brevi messe in scena e inaspettatamente tutto si è svolto in un clima di gioco e condivisione, dal momento che i problemi sono quasi sempre gli stessi per tutti i dottorandi.
 

L’aspetto forse più importante del corso, tuttavia, è stato quello di porre l'esperienza del dottorato sotto una luce diversa; non più come uno studente alle dipendenze del suo relatore, ma come padrone del TUO progetto: il corso insiste nell'evidenziare che dover gestire il tempo, organizzarsi, instaurare una rete di collaborazioni, sono tutti aspetti della ricerca che competono soprattutto all'intraprendenza degli studenti; mentre il ruolo del supervisor, pur condividendo la responsabilità e i meriti della buona o cattiva riuscita finale del progetto, dovrebbe limitarsi quello di osservare, consigliare, suggerire e indirizzare la ricerca.


Ma al di là del corso e dei consigli, che torneranno utili, quello che mi ha colpito è stata l'attenzione verso l'autonomia del ricercatore, il rispetto del suo lavoro e del suo tempo, nei limiti posti dal contratto, e la sensibilizzazione verso i rapporti di forza, intrinseci in ogni gruppo di lavoro.
Che dire? Nessuno – credo – in Italia si aspetterebbe mai un corso dedicato ad aspetti, per così dire, apparentemente marginali, nel lavoro di ricerca; un'iniziativa simile magari non verrebbe nemmeno presa sul serio dagli studenti stessi. Ma forse, prima di ironizzare di fronte al  modello nordico, dovremmo chiederci quanti sono i dottorandi che, in effetti, sottraggono tempo e concentrazione alla propria tesi per assistere il proprio relatore durante le sessioni d'esame, senza alcun compenso, giusto per fare un esempio e giusto per non parlare di chi viene mandato a pagare le bollette. E prima di compiacerci dell'italiano, che “se la sa sempre cavare” (al contrario ovviamente dell'uomo del nord, rigoroso e attento a ogni regola), sarebbe opportuno forse riflettere sulle derive del nostra società clientelare. Insomma saper dire no non sembra poi così scontato.

Ultimo aggiornamento (Lunedì 18 Ottobre 2010 12:49)

 

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