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Considerazioni dalla lungodegenza








Pubblichiamo volentieri un intervento di Alessandro, dottorando da Padova all'Europa del nord.


Scrivo da un non meglio precisato paese dell’Europa del nord, che come a Paolini “mi fa tanto l’effetto di una lungodegenza”. Sono qua a offrire i miei gentili omaggi di visiting PhD student in un enorme gruppo di ricerca, e ogni tanto riesco tra grandi sofferenze a leggermi qualche mezzo articolo di giornale dall’Italia.

Stasera mi imbatto, su gentile indicazione dell’uploadatrice, in uno dei soliti articoli sulla fuga dei cervelli e la ricerca e siamo bravissimi e nessuno ci vuole e allora ce ne andiamo e mi pagano di più. E devo essere sincero, mi danno sempre più fastidio. Non so se di più le domande idiote o le risposte dei cervelli.

Premetto che in tutto il discorso non c’è niente di sbagliato, in Italia è difficile, in Italia non ti pagano, in Italia studi un sacco per niente, non ci sono soldi, le aziende non ti vogliono per quanto bravo tu sia. All’estero tutto il contrario: è facile, ti pagano una valanga di soldi, spesso studi pochetto e ci ricavi molto, ci sono soldi, le aziende ti prendono anche se sei scarso ma di buona volontà.

Tutto vero. Ma personalmente non posso più sentire la gente che la mette sul piano dell’inevitabilità, ho la sensazione che stia diventando un discorso troppo ovvio: “ah cosa vuoi, si deve andare all’estero, qua non si fa niente là è tutto meraviglioso etc”. Magari spesso fa anche un po’ figo dirlo, diventa un modo per tirarsela per quanto bravi si è. Poi ci sono i soldi, che non fanno mai schifo a nessuno.

Però c’è qualcosa che io sento molto ingiusto, e cioè la mancanza di considerazione per il sistema che ti ha formato. Non voglio dire che tutti dovrebbero rimanere in Italia, semplicemente dovrebbero andarsene facendo più rumore: se il giornalista, magari del giornaletto locale, viene a farti le domandine sceme, rispondigli come si deve.

Digli che te ne vai per tutti i condivisibili motivi sopra, ma aggiungi che ti dispiace, che molto probabilmente non saresti così bravo se non venissi dal gran casino che è il nostro paese, che vorresti tornare perché in fin dei conti ti farebbe un po’ strano avere un figlio svedese o norvegese o che ne so. Cose così, un po’ dal cuore.

O magari buttar lì la parolina sulle responsabilità di chi ti costringe ad andartene. Di chi ormai dirige il sistema da decenni e magari non si ricorda neanche più cosa era stato messo li a fare, tanta è la concentrazione necessaria a tener su i giochetti di potere. Che nel caso dell’università corrisponde a quel professore che non rischia e non cerca contatti con le aziende o collaborazioni di qual si voglia natura, che di fatto quindi non dirige. Perché se stai fermo come siamo noi più che dirigenti andrebbero chiamati rigiranti. Roteano su sé stessi, ripetono sempre le solite scuse, le solite preoccupazioni per la mancanza di fondi e così via, molto bravi, tanto il punto di appoggio della trottola è ben saldo e sicuro. Mi aspetterei una visione critica di qualsiasi tipo, non solo constatazioni.

E invece di ripetere sempre l’inutile, sarebbe anche il caso di far qualcosa per dare visibilità e soprattutto rispetto al lavoro che viene fatto nei nostri laboratori, uffici, biblioteche e stanzini. In questo nord in cui mi trovo, la mattina camminando verso il laboratorio mi ascolto la radio pubblica locale. Quasi ogni giorno una mezzora è dedicata a raccontare cosa si fa all’università e quali sono gli ultimi risultati della ricerca. E sentire i conduttori quasi in soggezione nell’ascoltare professori e ricercatori vari è qualcosa che vale la pena di provare. Perché è ovvio, se ogni giorno la gente si sente spiegare cose, capisce quanto lavoro c’è dietro, capisce la dedizione e l’impegno che portano a certi risultati. E se il governo tagliasse che ne so, i fondi per i treni gratis agli anziani, e li dirottasse sulla ricerca, gli anziani di questo nord credo sarebbero perfino contenti, ti sacrifichi ma sai che è per una cosa giusta, per il bene del paese e delle generazioni che verranno. Quando al contrario ogni santo giorno senti tirare badilate di fango su tutto e su tutti si innesca il meccanismo opposto che tutti ben conosciamo e sia il rispetto che i soldi spariscono. E poi si può andare in piazza a far lezione o a illustrare i poster con i risultati della ricerca, ma il risultato in termini di impatto sull’opinione della gente è e sarà nullo.

Credo ci sia bisogno di fare molto, e che soprattutto c'è chi non fa niente

“...per amore dei giovani, per segnalare che non tutto è perduto, anche se molto è perduto”.

(Primo Levi, in una non meglio precisata intervista RAI su “La chiave a stella”)




Ultimo aggiornamento (Lunedì 08 Novembre 2010 13:00)

 

Commenti  

 
0 #4 chiara 2010-11-20 23:42 D'accordissimo con te: il coraggioso discorso di denuncia di i-giovani-devono-andarsene è passato da essere una sacrosanta denuncia delle anomalie del nostro Paese a un discorsino apologetico, rassegnato e perfino populista. Ma la denuncia può diventare rassegnazione solo quanda si rinuncia ad individuare i problemi e a risolverli, vale a dire solo quando si appoggia la ragione ideologica dei tagli all'istruzione. Citazione
 
 
0 #3 épinal 2010-11-07 23:04 la lungodegenza! Citazione
 
 
0 #2 Davide 2010-11-07 11:50 Io c'ho provato. Tre volte.
Il risultato è che per fare quello che sto facendo devo essere studente di una università lungodegente (quando poteva benissimo essere italiana) e l'unico studente che ha sfruttato i contatti che ho creato ha avuto problemi burocratici con l'università italiana per 3-4 mesi prima di poter avere un contratto in cui TUTTI i soldi venivano messi dall'azienda estera.
Citazione
 
 
0 #1 Davide 2010-11-07 11:50 Niente da eccepire.
Dalla mia esperienza personale, posso dire che basterebbe anche molto meno.
Io un'idea ce l'ho. Basterebbe usare tutti questi giovani emigranti di ottima qualità per creare un'enorme rete di contatti con le università italiane. Si potrebbero mandare un sacco di studenti all'estero per la tesi o per stage a fare esperienza internazionale da riportare in Italia.
E studenti di altri paesi sarebbero attirati dalle università italiane di buon livello. A lungo termine credo che potrebbe anche cambiare il modo di pensare a livello lavorativo. Questi studenti che tornano (perchè non c'è dubbio, si vuole tornare!) forse aprirebbero piccole aziende specializzate e che fanno della ricerca a livello industriale. Anche questo sfruttando i loro contatti. La cosa si manterrebbe su se stessa e crescerebbe da sola. Forse sto esagerando…
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