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Bamboccioni?, lasciateci il paese!

Si è rotto il patto generazionale, se si tiene conto dell'Oggi il pensare solo che questo patto sia mai esistito forse è difficile crederlo. Ogni giorno leggiamo sui giornali della disoccupazione giovanile, del numero dei laureati in calo, di fuga dei cervelli, del fatto che i giovani bevano; leggiamo ogni giorno di qualcuno che ci chiama 'bamboccioni' 'nullafacenti' 'mocciosi' come se nostra fosse la colpa dello stato del mondo in cui ci troviamo, a questi che ci chiamano così vorrei dire, consegnatecelo il mondo, lasciatela finalmente questa stanza dei bottoni, peggio di voi non potremmo certo fare.


Una notizia che è stata girata proprio oggi da Corriere, Giornale e Repubblica, fonte Istat, è che il 20 e passa % dei giovani tra i 15 e i 29 anni non studia, né lavora – queste sono persone che sussistono, persone che interessano al Governo nella misura in cui, economicamente, sono solo un costo, queste sono persone che non producono reddito da re-immettere nel mercato, e per questo ci si può permettere di trattarle male, malissimo, anzi non trattarle proprio, ignorarle.

Ma queste sono persone che la crisi e il sistema economico italiano ha fatto arrendere, persone il cui apporto alla società in cui vivono non dovrebbe essere solo quantificato in termini economici: loro respirano, sono di carne e sangue, mangiano, bevono e vanno al gabinetto, e provano gli stessi sentimenti che proviamo tutti, ma lo Stato di Tremonti e del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea li ha abbandonati e ha indebolito la loro fibra, corrucciati anzitempo, il futuro che è stato costruito per loro è peggiore di quello che era stato costruito per i loro padri, tutto questo per tutelare una piccolissima parte dei loro padri.

Questi giovani restano in casa e aspettano, ben un quinto di questi sono laureati. Si parla complessivamente di due milioni di persone, basterebbero solo loro per fare due volte il 68'.

Molto spesso uno si trova ad avere competenze da non poter spendere in nessun modo, perché l'apparato produttivo stesso di questo Paese non è al passo con l'istruzione, una istruzione che ha tanti problemi, tanti difetti, ma che cerca ancora con dignità di compiere la sua missione. Confindustria vorrebbe solo operai, le università sfornano esperti di comunicazione, ingegneri, esperti della tutela dei beni culturali, ricercatori; se nel 2010 Confindustria (e Confindustria fa solo gli interessi di Confindustria, e non è detto che questi aderiscano con quelli di un Paese, anzi lo escluderei) ritiene che il settore manifatturiero sia ancora la punta di diamante della nostra economia probabilmente non sta tenendo conto delle vere vocazioni del nostro territorio, e delle aspirazioni dei giovani, sulle quali ci sarebbe veramente da investire – e invece questi giovani li si costringe ad andare all'estero o a lavorare nei call-center, e tutte le risorse che sono state impiegate per formarli vanno perdute, semplicemente perdute; anzi, nel primo caso regalate a un altro paese.

Parlo di Confindustria perché il nostro attuale Governo è una propaggine di Comunione e Liberazione e di Confindustria, altro che 'illuminati'.

Ci hanno cresciuto nel mito che avremmo potuto fare qualsiasi cosa, se solo lo avessimo voluto, e invece il mondo ci sta insegnando che non è così – che è passato qualcuno prima di noi a far man-bassa, qualcuno che ha deliberatamente ecceduto facendo ricadere su di noi il peso dei suoi eccessi. La mia generazione sarà la prima, dopo più di mezzo secolo, rispetto a quelle che la hanno preceduta, che vivrà in una realtà più povera e meno libera. Una realtà meno felice ma satura di sistemi di controllo, di propaganda, di pubblicità (salvata in parte, solo dagli strumenti di informazione che internet mette a disposizione) e questo costo altissimo non verrà pagato da chi ne è responsabile.

Una generazione dovrebbe raccogliere i frutti di quella che la ha preceduta, la scommessa stessa di una generazione dovrebbe essere quella di creare un mondo migliore per quelli che verranno, questo è progresso, il progresso vero ha poco a che vedere con il progresso meramente economico, la libertà di una persona non passa solo attraverso il suo portafoglio né la felicità, questa è un'altra cosa che ci hanno fatto credere, e che non è vera – ci hanno fatto credere che una persona esiste nel momento stesso in cui corrisponde a un potere d'acquisto, così facendo si è subordinata l'esistenza di un individuo al fatto che possegga o meno denaro e che soprattutto lo spenda, e per questo abbiamo svilito la nostra stessa identità e nobilitato ogni forma di lavoro che non faccia altro che produrre ricchezza, come se l'apporto che una persona può dare alla società in cui vive sia solo quello di spendere; se negli anni Cinquanta il sogno di un ragazzino o di una ragazzina italiana era quello di diventare insegnante, perché la figura stessa dell'insegnante era a livello sociale riconosciuta in un certo modo (è tramite l'istruzione che si è fatto questo Paese, che è stata data una lingua e una cultura comune), ora lo stesso ragazzino sogna di diventare tronista, calciatore, la ragazzina velina, immagine e soldi mischiati in qualcosa che si è fatto credere che fosse alla portata di tutti.

La generazione che ci ha preceduti è cresciuta nell'ubriacatura della deregolamentazione, del neo-liberismo, dell'anarco-liberismo, del reaganismo, ma la cosa ancora più grave, a mio avviso, è che non si è accorta di un fondamentale mutamento di prospettive, propriamente ideologico, e che affonda le sue basi nelle teorie economiche più in voga negli Stati Uniti negli anni Ottanta e Novanta.

È in questo periodo che il tentativo di rilancio economico degli stati come USA e Inghilterra si è focalizzato, con timonieri come Reagan e la Thatcher non sulla domanda aggregata ma sull'offerta, e l'offerta viene dai grandi apparati produttivi, dalle multinazionali.

Così la realtà consumistica, sempre in un'ottica di libero mercato, non si attesta più sulle esigenze di una fantomatica domanda, ma la domanda è stata schiacciata, appiattita, per aderire con l'offerta (i termini temporali che propongo sono del tutto relativi, propongo gli anni Ottanta e il reaganismo solo come spartiacque).

Tutto sta nel compiere una scelta tra una serie di prodotti che ci vengono proposti, ma che se non ci venissero proposti non ci mancherebbero. Prodotti, che una volta acquistati e sfoggiati, ci fanno sentire parte di un gruppo sociale – ma dei quali, alla fine, non abbiamo nessun effettivo bisogno.

Il problema non è più accontentare qualcuno, ma produrre qualcosa che poi, attraverso gli strumenti del marketing verrà acquistato, indurre dunque un bisogno. Il problema allora diventa propriamente di immaginario, io che produco devo alterare l'immaginario collettivo perché qualcuno scopra la necessità di acquistare proprio ciò che io produco.

Al centro dell'economia non c'è più il manufatto, non c'è più la persona ma solo l'atto stesso dell'acquisto e dunque il denaro, e d'altra parte chi il denaro lo amministra. Così, per riflessione, tutto ciò che viene fatto dall'uomo e che non va a produrre reddito viene mortificato, e in pratica è come se non esistesse – ma in realtà esiste eccome, pensiamo alle semplici opere di pensiero che vengono condivise tutti i giorni in internet, pensiamo a questo stesso articolo che per essere scritto mi ha portato via ore di studio, pensiamo a tutte quelle forme artistiche che non vogliono essere speculazione artistica.

Questa è in parole povere la religione del denaro, la chiesa del denaro ha una comunità così vasta da essere pari a quella di tutti gli uomini del pianeta, eccezion fatta per quelle sperdute tribù che non hanno conosciuto altro che il baratto.

C'è un altro problema, che pochi, eccetto Chomsky, tengono in considerazione, è da questa situazione distopica che si genera la stessa crisi del modello democratico, quando uno Stato non pensa più al benessere della maggior parte dei suoi cittadini, ma solo a quello di una minuscola parte di essi – credendo, facendo ciò, che risolvendo i problemi dei secondi anche i problemi dei primi vengano a lenirsi (proprio perché i secondi dispongono di un maggior potere d'acquisto, concentrando una quantità ingente di capitale nelle loro mani) – quando uno Stato in sostanza, rivolge la sua azione amministrativa tenendo conto esclusivamente di certi interlocutori, di certi gruppi di potere: banche, multinazionali, ecc., subordina la volontà democratica, che è di tutti i cittadini, a delle realtà che non hanno nulla di democratico, delle realtà che non hanno una identità democratica perché al loro interno non viene praticata la democrazia.

È in questo preciso momento che il Governo eletto democraticamente, diventa l'organo di ratifica di istanze che non hanno nulla di democratico, pensiamo al conflitto di interessi, di avere lo stesso politico che occupa contemporaneamente una poltrona nel consiglio di amministrazione di una banca e una in Parlamento, farà l'interesse dei cittadini che lo hanno votato o quello suo...

Ultimo aggiornamento (Giovedì 27 Maggio 2010 14:58)

 

Commenti  

 
0 #2 Francesco Terzago 2010-05-28 19:05 Ah, Ritorno al futuro… Citazione
 
 
0 #1 paola sarpi 2010-05-27 18:34 "Allora dimmi, ragazzo del futuro, chi è il Presidente degli Stati Uniti nel 1985?". "Ronald Reagan". "Ronald Reagan??? L'attore ?? Hah!! E il vicepresidente chi è Jerry Lewis? Suppongo che Marilyn Monroe sia la First Lady e John Wayne il Ministro della Guerra!" Citazione
 

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