Padova città violenta, 36 anni dopo
Si sentiva una strana aria quella sera, in via Zabarella 24. Era un 17 giugno come tanti, ma fino dalle prime ore si assisteva a una passerella di carabinieri in tenuta antisommossa, agenti della digos, agenti di polizia, vigili urbani. Quella strada, d'improvviso, sembrava essere brulicante di ogni forma di autorità, era d'improvviso diventato il luogo più “sicuro” di tutta la città. Una sicurezza nera e blu, come le divise, abbastanza lontana dal concetto di sicurezza degli slogan sui giornali. Era una sicurezza ad hoc, pronta all'uso, che metteva quei pochi metri di via Zabarella in una scatola di cemento armato per il tempo necessario allo svolgersi delle funzioni che sarebbero di lì a poco cominciate. Funzioni pubbliche, s'intendeva, dal giungere di varie alte uniformi e graduati, carabinieri, esercito, personalità a vario genere e titolo.
Noi quasi per caso siamo lì. Ci troviamo in un caffè a pochi metri, e assistiamo. Non saremmo mai entrati se non ci fossimo già trovati in zona, le entrate della via sono sigillate. Si decide di dare un'occhiata. I vigili urbani, in alta uniforme, sistemano una corona commemorativa, poi qualcuno prede la parola. É un rappresentante del comune quello che apre. Mi annoia, mi fa rimpiangere di aver perso tempo a curiosare, il suo discorso sembra preso con la carta carbone da altre decine di discorsi uguali, chiama in causa l'identità, la capacità di resistere alla violenza, la necessità di ricordare una stagione politica violenta per fare in modo che coloro i quali, in questi stessi anni, nelle nuove generazioni, hanno pensato che si potesse fare politica in un certo qual modo, ne siano scoraggiati, e se serve fermati. Sì, mi rispondo, sta facendo accostamenti, sì, ha appena detto questo. Poi la scena cambia: al microfono cominciano a parlare i congiunti, i figli in primo luogo. Inizia il momento privato del lutto. Aneddoti, racconti sul genitore, su cosa abbia lasciato a loro mentre li lasciava, riflessioni, esternazioni, orgoglio, poca politica. È davvero una commemorazione, la patina d'improvviso si rompe, è il vero momento del cordoglio. Anche i carabinieri in tenuta antisommossa sembrano più lontani, meno presenti; quello, forse, per non rovinare il campo delle fotografie. Eppure il compianto c'è, vero, non ho nemmeno voglia di andare la curiosità mi si riaffaccia. La dialettica è troppo simile a quella di ogni altro momento della memoria, lo è l'estetica. Mi scappa mezzo applauso, come una forma di rispetto per la morte. Poi però si comincia a parlare di onore, di dovere. Sono colto alla sprovvista. I due graduati dell'arma a fianco a me, che sembrano così importanti nelle loro livree dorate sul collo delle divise, salutano in maniera militare, ossequiosa, un anonimo vecchio che passa in bici, svelando il retroscena di una vita di potere e ordini che ora sfila, anonimo, pieno solo di rughe e passeggiate. Poi gli stessi si girano, con aria ufficialmente severa a zittire con gli occhi il rumore di una carriola prodotto da un'operaio di un vicino cantiere. Il graduato dell'esercito è piazzato, a gambe larghe e con le mani giunte dietro la schiena, pochi metri avanti. I passanti si ammutoliscono, mentre gli transitano accanto. Poi tutto prende una forma più ampia: i passanti, il formalismo della politica, il vecchio generale in pensione e le divise. Il gonfalone di Padova sta nelle mani di un municipale, ma non è il solo. Mentre ci allontaniamo scorgo quello, retto da un coevo dell'anziano carabiniere di prima, dei dispersi in guerra. Con le medaglie, sdrucito, testimone di un mondo che oggi mi sembra più che mai in via di irreversibile sbiadimento come lo stendardo che lo rappresenta. Infatti, quando anche l'ultimo testimone della ritirata di Russia sarà sepolto,il mito fondativo dell'identità passerà di mano. Si sa, i miti fondativi hanno sempre bisogno di essere alimentati da racconti di sacrificio e, spesso, di vittoria nella sconfitta. E allora mi domando se quello a cui assistiamo oggi sarà uno dei momenti di identità del mondo futuro. Mi chiedo se gli assassini politici degli anni settanta non abbiano infine vinto, impregnando la nostra anima collettiva delle loro gesta sanguinarie senza lasciarci nemmeno pensare che il colore delle vittime e dei carnefici non è più importante della provenienza del singolo soldato dell'ARMIR. La seconda guerra mondiale ci lasciò attoniti della propria follia. Le vittime, i martiri, ci lasciano commossi e uniti al gruppo, all'identità. Uno scarto che mi spaventa. Usciamo dalla via, superando il check point. Mi assale il dubbio se si possa accostare i carabinieri che controllano l'accesso ai buttafuori di una discoteca, in fondo anche loro fanno selezione all'ingresso. Parlo pochi secondi con un mio amico negoziante di via san Francesco. “Cosa ne pensi?” “eh, che se ognuno si facesse i fatti propri non servirebbe tutto sto casino” “ma no, della ricorrenza”. Ma lui è di parola, boffonchia e si fa i fatti propri. Poi ce ne andiamo. Come tutti gli anni è arrivata la sera del 17 giugno. Tra poco qualcun altro verrà a commemorare. Idealmente sono i veri eredi di quegli anni. Coloro che non rinnegano mai. I rasati figli di un passato di tragedie. Chi non ha mai voluto ascoltare i superstiti. Come ogni anno. Non sento desiderio di vederli.Ultimo aggiornamento (Martedì 22 Giugno 2010 12:40)















