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L'idea delinquenziale di lavoro del Governo Berlusconi.

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L'idea delinquenziale di lavoro del Governo Berlusconi.
Il concetto di libertà?
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Quando perdi il senso del lavoro perdi
anche il senso della vita. Sacconi.


Oggi stavo facendo zapping, Rai Uno Rai Due, Rai Tre, aspettando che mi venisse in mente qualcosa da scrivere. Fermi tutti, che cosa sono queste poltrone e questi divanetti foderati di velluto viola? Resistendo alla pulsione improvvisa di strapparmi gli occhi mi sforzo di continuare a guardare. E chi sarebbe quella pingue giornalista dal fare catto-materno? Ah, è la fantastica Anna La Rosa, quell'Anna La Rosa sospesa nel 2006 per quattro mesi dall'ordine dei giornalisti per aver violato il codice deontologico. E la trasmissione, testa di ponte nell'esportazione della Democrazia nei territori talebani di Rai Tre è TeleCamera. Ma non è finita qui, ospite d'eccezione è, rullo di tamburi, Sacconi... E poi, oltre ai due di cui sopra, ci sono alcuni ragazzi pescati nei licei romani, saranno quattro o cinque. Si trovano lì per parlare con il Ministro di futuro, di lavoro, di università...

Accidenti!, una di queste ammette perfino che vorrebbe iscriversi a Filosofia, e il Ministro, con quel fare bonario che certi uomini navigati assumono rispondendo a un giovane che ha appena detto loro una corbelleria:

be', quella è una base, e poi dovrai fare qualcos'altro. Il tono di voce di Sacconi è basso. Sacconi sorride.

Poco prima un altro ragazzo aveva parlato di Ingegneria, ecco una scelta buona. Il tono di voce di Sacconi è ben modulato, ascendente, Sacconi Sorride.

Io, Francesco Terzago, aggiungerei, solida, manifatturiera, industriale, ordinata. Ecco bravo.

Al di là del fatto che quel qualunquismo mascherato da pragmatismo spiccio che di solito si riscontra quando si conversa amabilmente con una pensionata rincitrullita da Emilio Fede si auspicherebbe che non andasse a finire in bocca a un ministro della Repubblica (del Lavoro e delle Politiche Sociali), e già su questo, volendo, ci sarebbe da scrivere un pezzo intero... Passino poi gli squallidi scambi di boutade alla 'vi vogliamo educare' tra Sacconi e la 'giornalista-pedagoga', non può però passare quella che è l'idea di relazione tra Lavoro, Studio e Politiche Sociali, che questi signori tentano di mutuare: io devo oppormi all'orizzonte ideologico con il quale ci stanno avvelenando, lentamente, lentamente.

C'è questa parola, 'lavoro', ma che cosa intendiamo quando la utilizziamo?, che immagine vi viene in mente pensando a 'lavoro'? Io se penso a 'lavoro' vedo: l'officina, per esempio, poi penso ai cubicoli dei call-center, penso alle friggitrici dei fast-food, penso ai forni delle pizze di Gardaland, penso alla gente che asfalta le strade, e non vedo per le persone che lavorano in questi luoghi possibilità di riscatto, possibilità di fuga, anche se hanno studiato. Penso a mio padre, che lavora per sognare, e così tutto diventa differente, c'è fatica e c'è piacere, scommesse con il domani - ma scopo ultimo di mio padre non è la fortuna economica, è il successo nel lavoro, nel lavoro che ama, che si è scelto.

Penso allora a noi giovani, al nostro futuro nel lavoro, un futuro dove il lavoro sarà qualcosa di 'somministrato' di 'imposto' di 'necessario', un 'dovere' ma non a un 'diritto', soprattutto quando vivo in un paese che non mi garantisce la sopravvivenza, e dove sopravvivere dignitosamente, anche lavorando, è difficile. E ci stanno anche educando a dire 'grazie' per tutto questo.

Ma che cos'è la dignità? La dignità sembra che sia oggi solo 'immagine' e non, pensiero, coscienza, ragione, competenza – così la gente si ammazza per 'consumare', si indebita per acquistare dieci, cento prodotti che sono latori di significati di appartenenza, e questa per loro è dignità. Questi si comprano un'immagine, una cosa 'mimetica' – perché l'immagine che assumono aderisce il più possibile a quella che viene loro proposta nel mondo paragone: è uno strumento di accesso agli universi delle identità in vendita: il mondo dei media, segnato delle strategie complesse di marketing necessarie a tenere l'economia in movimento – gli universi dei bisogni indotti. La cosa più mostruosa del sistema economico in cui viviamo è appunto che vende delle identità: io ho il SUV, è il fatto che io abbia il SUV rappresenta il fatto che io faccia parte di un preciso Mito dell'Oggi. Io ho la maglia firmata, io ho la maglia del 'tal gruppo musicale', io ho il Mac, io ho le Converse ecc.. E di esempi se ne potrebbero fare a milioni, e voi che leggete lo sapete bene, molto bene.

Questo è il frutto del lento avvelenamento, e anche io ne sono vittima, perché pensare che il lavoro sia qualcosa che degradi in qualche modo chi lo svolge, una gabbia a cui la società costringe le persone non è che una conseguenza di quanto ho descritto fino ad adesso, la mia è una immunizzazione, e constato tristemente che una immunizzazione è immanente a un sistema (di controllo), se le cose andassero davvero bene non sarei qui a parlare di quello di cui sto parlando, e non capiterebbe nemmeno che uno come me si ritrovasse soggetto di un processo di immunizzazione – perché la malattia semplicemente non esisterebbe. Ma d'altro canto chi può essere del tutto immune a questi processi, se io sto scrivendo queste righe d'altra parte è perché tengo conto dell'esistenza di un ricevente possibile, di un qualcuno che come me appartiene a un gruppo sociale, mutaforme, eterogeneo eppure esistente. E così un pezzo come questo diventa propriamente identità, perché dall'identità, volenti o nolenti – non si sfugge.



Ultimo aggiornamento (Martedì 29 Giugno 2010 13:40)

 

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