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Riappropriazione urbana, un orto per tutti.

Il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l'idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassinii, quante miserie, quanti orrori avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i pali o colmando il fosso, avesse gridato ai suoi simili: «Guardatevi dall'ascoltare questo impostore; se dimenticherete che i frutti sono di tutti e che la terra non è di nessuno, sarete perduti!»  Jean-Jacques Rousseau.

Periferia romanaOggi ho voglia di raccontarvi una storia, una storia marginale, di quelle che non finiscono nemmeno sulle pagine di cronaca locale, e proprio per questo molto significativa; perché taciuta alla base, perché 'pericolosa'. Sarà una storia marginale?, rispetto a tutto quello che succede nel nostro paese, questo sarete voi a deciderlo. Ma si tratta di una storia che parla della gente, della gente che resiste, che non si arrende. Per me storie come queste sono importanti e voglio dare loro spazio. Perché solo grazie a storie come queste si capisce che dei sentimenti come si deve sussistono, rinascono. Giacciono sì sotto alla crosta feroce della televisione, oltre l'opaco schermo dell'informazione mirata, stabilita, ma ci sono. Queste sono le cose di cui si dovrebbe parlare nei TG: meno tette e cani. Scusate ma la penso così. Ieri mi scrive Carlo, è parecchio che non ci si sente. Mi chiede di andare a fare delle letture di poesie, ché hanno occupato un giardino. Io non capisco molto bene, e allora ci mettiamo d'accordo per vederci. Niente telefoni o chat, un caffè come si deve, al mattino, in un posto in centro che conosciamo entrambi, fresco. Esco di casa, la città si scioglie per il caldo, sono vestito di cotono e lino ma sudo ugualmente come un maiale al macello. Arrivo davanti al locale. È chiuso. Arriva anche lui. Andiamo in un altro posto, prendiamo un caffè e iniziamo a parlare: abbiamo occupato questo giardino vicino alla Fusinato e a settembre mi piacerebbe che organizzassi qualcosa, e io gli dico, ma davvero un giardino?, che ve ne fate di un giardino. Sì sì, c'è un posto coperto con delle panchine di pietra, coperto dagli alberi, poi ti spiego.

Parliamo di mettere dei pannelli, di fare un percorso poetico in mezzo al verde. E allora lui mi dice di andare con lui a vedere il posto, e io dico, ok andiamo. Attraversiamo la città, lascio impronte nell'asfalto, ho paura di scottarmi: con le infradito. Lo sputo bolle sull'asfalto, l'umidità schiaccia le tempie in un cuscino di spilli, Padova marcisce sull'acqua che le scorre con lentezza sotto e attorno, il Piovego è un serpente marrone.

Arriviamo, il giardino è vicino alla biblioteca dove ho prestato servizio come volontario per un anno. Carlo scosta un brandello di rete metallica, e mi fa cenno di passare. Mi dice, vedi, già questo non fa venire la gente, la gente vede qualcosa di male nel tagliare una rete e riprendersi un po' di terra che è anni che è lasciata a se stessa; penso alle enclosures, e ai common lands – l'esame che sto preparando.

Il giardino è un fazzoletto d'erba, alberi, pomodori e zucchine; a lato c'è il dormitorio abbandonato, quello dove l'anno passato la Hack è venuta a parlarci di università - era il periodo della mobilitazione. Siamo nel centro del quartiere universitario di Padova, vicino ci sono le facoltà scientifiche. Ci sono delle ortensie viola, in mezzo al giardino c'è un campetto da calcio; un altro recinto, un recinto dentro a un recinto. Giocate mai?, sì sì giochiamo, anche se si fa fatica a fare le squadre, ride. Siamo entrati qui mi dice, e abbiamo iniziato a mettere a posto. Siamo venuti con il decespugliatore, e poi abbiamo iniziato a conciare la terra, vogliamo che sia metà giardino e metà orto. Un orto per tutti, alla fine siamo degli anarchici. Alla fine questo è un modo per riprendere in mano l'identità della città, del posto dove viviamo. Risponde, qui volevamo mettere dei girasoli – ormai è troppo tardi, qui invece ci sono le verdure. Da quanto è che siete qui?, due mesi ormai. E con le istituzioni? Be' quelle vediamo, vogliamo solo che ci lascino curaqe questo posto. L'uomo ormai è fuori dal ciclo della natura, siamo due cose distanti, vogliamo riscoprire il contatto con la terra, con le stagioni, solo così si può stare bene. Il vento soffia tra le fronde degli alberi, sopra di noi, le panchine di pietra sono fresche, nell'orto occupato si riesce a respirare.

Hack, Fusinato, mobilitazioneSi sente il canto della cicala, il traffico è distante, un gorgoglio ovattato di tubi di scappamento – della gente che si decompone ferma a un semaforo. Riprendiamo a girare, gli faccio, ehi ma che cosa sono questi cartellini?, leggo [Shakespeare …] c'è un signore che se ne intende parecchio di fiori che vuole portare qui il suo roseto, quelli sono i cartellini di dove piazzerà le rose, con il nome delle rose, ecco. Passiamo vicino a un tronco abbattuto da un fulmine, e di questo?, che ne farete?, be', per il momento ci si può sedere, poi forse lo sposteremo. Il tronco sembra un ginocchio di donna che spunta dalla terra e dall'edera, potreste usarlo per delimitare un'aiuola – gli dico. Eh, magari, mi risponde, però vedi, avevamo due giardinieri che venivano qui spesso, gente che cura le piante di mestiere – ma ora non possono più, li capisco. Se sei otto ore al giorno a fare una cosa, poi nel tuo tempo libero non ti va di continuare a fare la stessa roba. Sì, gli rispondo, meglio andare a bersi qualche birra. Ridiamo. Ma..., senti, continuo, e come siete messi con la politica. Iniziamo a raccontarci quello che ne pensiamo della politica, dei politici, che tante cose ci fanno schifo. Dovremmo vedere che cosa accomuna la gente come noi, non rassegnarci. L'indignazione dovrebbe portare a cose come questa. E le città sarebbero piene di giardini, di orti, e i giovani imparerebbero dai meno giovani a tenere le piante e tante altre cose.Rosa Shakespear Si è fatto tardi, devo tornare a casa per il pranzo, mi aspettano; gli dico. Allarghiamo i lembi di rete per uscire, l'elasticità del metallo li chiude dietro di noi, Carlo intreccia un filo di ferro per tenerli vicini, lo intreccia appena. Se qualcuno vuole entrare basta che rimuova questo effimero ostacolo –. Ma non è quel filo metallico che blocca le persone, è il limite a cui sono state educate, il rispetto delle recinzioni. Gli spazi di servizio incolti. La natura, la biodiversità che si perpetua nei grandi incolti alle periferie delle città; come nel Manifesto del terzo paesaggio di Clément. Sono questi i luoghi dei mostri, quei luoghi dove esplodono le erbacce, ma i luoghi dei tesori: il giallo delle robinie, le felci, le vigne inselvatichite, i roveti dove “i porcospini s'abbeverano ad un filo di pietà”, sono questi sterpeti che mettono paura al bambino che è in noi, ma anche la voglia di avventura. Sta a noi decidere, dico, se essere avventurieri o tirare avanti, dico per la città di cemento. Torno verso casa, tutto scotta, la gente elemosina l'ombra degli edifici, allunga il passo.

Letture consigliate:

Manifesto del terzo paesaggio; Gilles Clément, Quodlibet,  ISBN 88-7462-048-9

Il giardino planetario; Gilles Clément, 22publishing, ISBN  978-88-95185-06-4

Filosofia della città; a cura di Matteo Vegetti, Carrocci, ISBN 978-88-430-4925

Dentro la globalizzazione; Zygmunt Bauman, Editori Laterza, ISBN 978-88-420-6258-5

Ultimo aggiornamento (Sabato 17 Luglio 2010 14:18)

 

Commenti  

 
0 #1 Gian Ruggero Manzoni 2010-07-18 23:17 Ottimo. Citazione
 

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