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Prospettive sull'Aquila.

Sono le dieci e mezza di sera, sento Michele su Msn perché mi racconti dell'Aquila. È da un po' di tempo che volevo che parlassimo assieme del terremoto e di quello che ha visto in Abruzzo. Questa sera finalmente abbiamo entrambi abbastanza tempo a disposizione per farlo. Michele è un ingegnere civile specializzato in progettazione strutturale. Michele si è laureato a Ferrara nel 2006: una lode e un encomio. Sta terminando un dottorato di ricerca che riguarda lo sviluppo di approcci innovativi per la progettazione antisismica di alti edifici. Io non so molto di terremoti, anche se vengo dalla Liguria di Levante. Ho presente però quella sgradevole sensazione che si prova quando la propria casa inizia a scricchiolare dalla base fino al tetto, con i vetri nelle credenze che tintinnano, quelli delle finestre che si gonfiano. I vasi che cadono, l'impossibilità di fare qualsiasi cosa.

Il terremoto arriva senza preavviso. E non hai nemmeno il tempo di capire che cosa devi fare che è già passato, lasciandoti uno strano sapore di ferro in bocca. Ma la cosa più sgradevole è che il cielo, per tutta la durate della scossa, o delle scosse, rimane immutato, quasi come se non provasse interesse per quello che gli sta succedendo sotto.

«come credi che questa storia andrà a finire?». Mi risponde che il suo timore è che come spesso accade in questi casi, la prontezza e l'organizzazione con cui si cura l'emergenza non sia seguita da una fase altrettanto speditiva e decisa di ricostruzione, affinché tutto torni alla normalità il prima possibile.

Michele mi dice anche che non imputa ciò solo «ad una disorganizzazione interna di reperimento fondi o di mera ricostruzione materiale», ma a un problema psicologico: le famiglie affrontano con timore il rientrare nella propria casa dopo un evento di questa portata. Ma quello che Michele si augura veramente è che questa volta, una volta per tutte, non vengano più prorogate quelle famose Norme Tecniche per le Costruzioni...

D'altra parte io credo che il periodo di tempo che subito segue il sisma, il momento poco dopo che è stato dato l'allarme, quello in cui i media dicono un po' quello che vogliono perché nessuno sa ancora bene che cosa sia successo, sia sotto sotto quello che veramente piace. Lo spettatore infatti se ne sta a casa, in poltrona, e per pochi minuti della sua piatta giornata, quelli che appunto trascorre guardando il telegiornale, prova quella strana sensazione pungente, quella di essere vivo.

Si sente vivo mentre vede le case da poco crollate avvolte nella foschia o la cupola di una chiesa che cede in diretta per l'ennesima scossa, si sente vivo perché dentro di sé sa che alla fine l'ha scampata, mentre qualcun altro, sebbene distante, non ce l'ha fatta.

Quando però tutto questo finisce, come la conta dei morti, e i grandi funerali di stato coi politici non lasciano che una piazza sporca di fiori e fango anche allo spettatore non resta che cambiare canale: non c'è più emozione che gli si possa vendere.

Così la tragedia resta come un marchio solo in chi l'ha vissuta direttamente. Ed è qualcosa di profondo, cosciente, perché il passaggio è il seguente: dall'essere protagonisti dell'intrattenimento nazionale si diventa un suono ovattato, un trafiletto, un ricordo indistinto nella memoria popolare: d'altra parte in redazione è già arrivato qualcosa di nuovo, qualcosa che soppianti: si finisce per essere silenzio, silenzio e poco altro, le storie passano con le stagioni, come le mode - e proprio come i vestiti capita che qualcuno, per una partita di merci invedutariproponga la vecchia linea di capi d'abbigliamento.

«Di che cosa ti sei occupato con esattezza all'Aquila?» «Sono arrivato all’Aquila il martedì subito dopo Pasqua. Insieme ad altri due ricercatori del Dipartimento di Ingegneria di Bologna. Avevamo composto una squadra di disaster service workers, con il gravoso compito di rilevare se gli edifici assegnatici sarebbero risultati agibili fin da subito, o con provvedimenti di pronto intervento, e se avessero potuto resistere stabilmente ad una scossa di intensità pari a quella del main-shock verificatasi la notte del 6 aprile. Lo scopo di tutto questo era di far tornare quanta più gente possibile nelle proprie case, per diminuire il numero di sfollati nelle tende».

Gli chiesi delle tendopoli, mi rispose che le tendopoli lui le aveva viste per lo più da distante, tanti punti blu nel fondo valle. L'accesso alle tendopoli era qualcosa di difficile: presidiate da volontari e forze dell'ordine al completo. Il nemico era lo sciacallo, il ladro, forse questo lo si vedeva peggio del costruttore che aveva tirato su quelle case di muri vuoti che erano crollate con il loro contenuto umano, perché il primo alla fine era qualcosa di tangibile - poteva capitare che mentre giravi per le tende vedevi un altro sfollato che aveva qualcosa di simile a quello che avevi lasciato dentro casa tua scappando, e allora il sospetto fermentava - mentre il costruttore, be', quello non era mica in tenda, quello si trovava in albergo, 5 stelle pagato dallo stato, oppure non era proprio della zona, magari si trova a Napoli a Roma o a Milano, ad aspettare la lentezza della giustizia, incollato alla poltrona di pelle, guardando ogni telegiornale.

Il compito di Michele era quello di valutare lo stato delle strutture e quanto queste si sarebbero potute rivelare pericolose in un secondo momento, e le tendopoli erano il posto più sicuro in cui si potesse stare in quel momento: così Michele stava tutto il giorno «tra i coppi e i comignoli caduti a terra, tra i cumuli di macerie» aggirandosi in mezzo a quello che io vedrei come il caos della devastazione un ingegnere come lui «dall’occhio clinico di un tecnico» ci vedeva «porzioni limitate di rivestimenti in muratura, crollate perché composte da mattoncini impilati uno sopra l’altro senza connessioni con la struttura portante. Le strutture portanti dei numerosi edifici che abbiamo visitato sono risultate sane, riutilizzabili: e così molti, per un certo verso, hanno ancora un tetto sopra la testa. Ma i danni, comunque, da riparare saranno ingenti: le esili e flessibili strutture degli anni ’70 sono state in grado di deformarsi molto ed attutire gli effetti del terremoto, a discapito delle pareti di tamponamento. La loro rigidezza, infatti, ne ha causato il rovinoso crollo».

Poi parliamo delle persone: Michele si trovava all'Aquila nei giorni in qui la gente, per la prima volta, poteva riavvicinarsi alla propria casa per recuperare qualche vestito, un paio di scarpe, per essere confortata dai tecnici. Qualsiasi parola di rassicurazione, Michele mi dice, non poteva reggere il confronto con la paura: la terra continuava a borbottare, e la memoria tornava al Friuli, all'Umbria, con le persone che rientravano nelle loro case solo per rivivere, a distanza di poco tempo il terrore e la perdita.

Tanto che un signore che voleva essere certo della sicurezza della sua casa li aiutò a demolirne delle porzioni. E loro come medici guardarono dentro le mura. Quello era un nonno - mi dice -, sotto il tetto di quella casa ne sarebbe dovuto dormire il nipote.

Michele mi dice anche che una volta che escono da quella casa per riimmergersi nell'aura di silenzio della città qualcosa li sorprende. Si trovavano in via Asmara, tra le vecchie case di pietra, d'improvviso sentirono qualcosa, si diressero a grandi passi verso l'origine di quel trambusto, svoltarono un angolo e si trovarono davanti uno stuolo di gente. Gente che rideva, che sorrideva, che si abbracciava, che salutava, che si baciava.

Tutti avevano qualcosa da bere o da mangiare. E c'erano vecchi, bambini, madri e padri, e ragazzi. Michele e i suoi scoprirono che un tale di nome Paolo, mentre aspettava il turno per visitare casa, aveva aperto il suo esercizio e lo aveva svuotato d'ogni cosa.

Aveva svuotato gli scaffali dei salami, del vino, dei biscotti e aveva regalato tutto alla gente di passaggio «quella è stata la prima volta che ho della gente davvero felice» mi ha detto Michele.

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 16 Dicembre 2009 10:31)

 

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