Ur, Diabasis, numero zero. Semestrale di Poesia - Arte - Cultura.

Ur, Ur ora è una città morta, non ho mai passeggiato tra gli scavi che hanno rimesso al sole qualche porzione di muro e di bottega e le tombe - non ho una testimonianza diretta di qualcuno che ci è stato ma dalle foto che ho potuto vedere mi sono fatto questa idea: per circa duemila anni Ur ha dominato le piane della Mesopotamia ed il mare, per quanto concerne il tempo: tutta la storia del cristianesimo può essere versate in quella di Ur, ed ora ben pochi sanno che cosa Ur sia. Ur ora sono stracci di suolo in quello che è l'attuale Iraq. Ora, dove c'era il brulichio di mercato e l'andare di migliaia di vite troviamo qualcosa che potremmo riassumere con i versi di Shelley «nude le solitarie sabbie si stendono all'infinito», ed in effetti, come nella celebre poesia Ozymandias una cosa sola rompe il limite, viene su dal pianoro desertico e sassoso, non un colosso, ma una Ziggurat edificata molto prima che Cristo nascesse, molto prima che la civiltà romana venisse concepita. Su quella Ziggurat però non ci si può salire, perché dalla sommità si avrebbe piena visione di un campo d'aviazione o di una base militare - non so bene, fatto sta che lì prima c'erano le truppe di Saddam, ora le americane o le francesi o le italiane, ma poco temo sia cambiato; Ur si trova vicino a Nassirya.
L'altro giorno entro alla libreria Effetti Personali, uno di quei posti dove ti senti a casa, la libreria di una volta dove ci si dà del tu e si vedono sempre le solite facce. Spendere in un posto simile 2 euro in più per comprare un libro è una tassa sul tempo e non mi dispiace. Be', sono entrato e ho visto Cristiana dietro al banco, per la precisione trincerata dietro a dei libri di poesia disposti quasi ordinatamente; in fondo alla stanza, dietro una porta-finestra spalancata, che dà su un terrazzino e su un cavedio verdeggiante, c'erano delle persone a fumare. Ero andato alla libreria perché mi avevano invitato alla presentazione di una nuova rivista; quando l'ho presa in mano ho sentito che la carta era quella giusta..., con qualche leggera asperità che sollecita il tatto, in pratica il prodotto editoriale era di quelli dove ti stupisci che nell'entropia tutto si trovi al posto giusto; l'articolo di Adone Brandalise era giustificato con personalità (complimenti ai grafici), ai margini dei fogli della seconda parte di questo le parole si fermavano cozzando contro delle circonferenze invisibili, ciò dava visivamente a queste pagine l'aspetto di un pezzo di pane-in-cassetta morso ai lati; e poi ce n'era una dove il testo invece d'essere infastidito di qua e di là era iscritto in un cerchio. Ho pensato all'Ensō, ad Apollinaire, ma ora non voglio parlare di queste cose. Sulla copertina della rivista c'era stampata una foto dell'interno di una chiesa spoglia, pareti color sabbia, sul pavimento dello stesso colore delle lastre di vetro verde-azzurro erano state messe in verticale a costituire quello che poteva sembrare un labirinto semi-visibile, qualcuno aveva spaccato tutte queste ad altezze varie e per terra c'erano ancora tutte le schegge. Sì, un labirinto di vetro dove è corso qualcuno in una fuga disperata, come la 'replicante' di Blade Runner, o una foresta di cristalli. In sovrimpressione a questa immagine una scritta: Ur. Sulla costa Diabasis (la casa editrice) e Ur zero 2009.
Il numero 0 di Ur è circa questo - tutto si riassume in quell'immagine di copertina - ho pensato, un luogo da cui si aprono delle prospettive che non rispondono all'usuale e che ti lasciano spaesato. Forse ciò sarà dato dalla sua precarietà: è un numero 'di prova', per aggiustare il tiro, per capire quali strade seguire e quali abbandonare. Ciò non toglie che il numero 0 di Ur sia un vero e proprio crogiolo di impulsi poetici che arrivano al nostro cervello animando tutta una serie di suggestioni a volte imbarazzanti (abbiamo Leopoldo María Panero e Geoffrey Hill). Sì, imbarazzanti non per quello che ti dicano - detta sinceramente - perché non si sa mai bene che cosa ci si trovi davanti sfogliando questa rivista - tutto è una costante sorpresa -, c'è un senso di piacevole smarrimento che mi pervade esplorando questo lavoro: Iosif Brodskji diceva, ve la racconto alla buona, che quando un europeo si trova davanti ad un albero ripensa a quel re che sotto d'esso fece qualcosa che vale la pena di essere ricordato, e che un americano, invece, quando si trova davanti ad un albero ha in faccia un suo pari «uomo e albero stanno davanti nella loro rispettiva veste originale libera da ogni riferimento: nessuno dei due ha un passato, e quanto al futuro [...] è un gioco di testa o croce. In sostanza un incontro tra epidermide e corteccia». Ecco, da quel poco che ho potuto leggere di Ur le vesti che si indossano sono quelle dell'americano, ma davanti ad un albero 'europeo' che stormisce qualche sillaba di un mondo che è al tempo stesso qui e da un'altra parte. L'albero è il punto di contatto, il varco che mi circuisce. L'albero mi racconta la sua storia in modo che potrebbe sembrare distratto ma non è così, l'albero è un narratore: egli non dice mai troppo di sé, non si mette del tutto a nudo, così tu sei libero di vedere una ferita sulla sua corteccia e congetturare su che cosa l'abbia causata, ma sta' pur certo che non troverai mai un'incisione con data e firma: un cuore impresso da due innamorati che hanno voluto lasciare la decisa testimonianza del loro passaggio.
Ur ti lascia sempre in una situazione di spaesamento: tutto ciò mi piace. La rivista, parola dei redattori, non è nata con l'idea di chi sarebbero state le persone a cui si sarebbe rivolta, questa cosa a loro non è proprio passata per la testa. Forse, per loro confessione, perché in primo luogo essa si sarebbe dovuta rivolgere in un certo modo ai redattori stessi ma non facciamoci ingannare da questa condizione; la lingua che si parla su Ur è accessibile anche ai non addetti ai lavori, perché questo lavoro avrebbe dovuto avere una personalità sincera: chi scrive su Ur cerca d'essere in prima battuta sincero con se stesso, e di conseguenza si ritrova ad esserlo anche nei confronti del lettore.
Il numero 0 di Ur è circa questo - tutto si riassume in quell'immagine di copertina - ho pensato, un luogo da cui si aprono delle prospettive che non rispondono all'usuale e che ti lasciano spaesato. Forse ciò sarà dato dalla sua precarietà: è un numero 'di prova', per aggiustare il tiro, per capire quali strade seguire e quali abbandonare. Ciò non toglie che il numero 0 di Ur sia un vero e proprio crogiolo di impulsi poetici che arrivano al nostro cervello animando tutta una serie di suggestioni a volte imbarazzanti (abbiamo Leopoldo María Panero e Geoffrey Hill). Sì, imbarazzanti non per quello che ti dicano - detta sinceramente - perché non si sa mai bene che cosa ci si trovi davanti sfogliando questa rivista - tutto è una costante sorpresa -, c'è un senso di piacevole smarrimento che mi pervade esplorando questo lavoro: Iosif Brodskji diceva, ve la racconto alla buona, che quando un europeo si trova davanti ad un albero ripensa a quel re che sotto d'esso fece qualcosa che vale la pena di essere ricordato, e che un americano, invece, quando si trova davanti ad un albero ha in faccia un suo pari «uomo e albero stanno davanti nella loro rispettiva veste originale libera da ogni riferimento: nessuno dei due ha un passato, e quanto al futuro [...] è un gioco di testa o croce. In sostanza un incontro tra epidermide e corteccia». Ecco, da quel poco che ho potuto leggere di Ur le vesti che si indossano sono quelle dell'americano, ma davanti ad un albero 'europeo' che stormisce qualche sillaba di un mondo che è al tempo stesso qui e da un'altra parte. L'albero è il punto di contatto, il varco che mi circuisce. L'albero mi racconta la sua storia in modo che potrebbe sembrare distratto ma non è così, l'albero è un narratore: egli non dice mai troppo di sé, non si mette del tutto a nudo, così tu sei libero di vedere una ferita sulla sua corteccia e congetturare su che cosa l'abbia causata, ma sta' pur certo che non troverai mai un'incisione con data e firma: un cuore impresso da due innamorati che hanno voluto lasciare la decisa testimonianza del loro passaggio.
Ur ti lascia sempre in una situazione di spaesamento: tutto ciò mi piace. La rivista, parola dei redattori, non è nata con l'idea di chi sarebbero state le persone a cui si sarebbe rivolta, questa cosa a loro non è proprio passata per la testa. Forse, per loro confessione, perché in primo luogo essa si sarebbe dovuta rivolgere in un certo modo ai redattori stessi ma non facciamoci ingannare da questa condizione; la lingua che si parla su Ur è accessibile anche ai non addetti ai lavori, perché questo lavoro avrebbe dovuto avere una personalità sincera: chi scrive su Ur cerca d'essere in prima battuta sincero con se stesso, e di conseguenza si ritrova ad esserlo anche nei confronti del lettore.
SOMMARIO DEL NUMERO ZERO 2009.
(In forma di) editoriale, Danni Antonello
Pietre d’inciampo che cantano, Adone Brandalise
Versi in forma di storia. Leopoldo Maria Panero
A cura di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo
L(a) M(orte) P(ossibile), Ianus Pravo
Breve presentazione di Leopoldo Maria Panero
Poesie: Tre poesie inedite di Leopoldo Maria Panero
Per una lettura di Leopoldo Maria Panero, Sebastiano Gatto
Claudio Parmiggiani
Geoffrey Hill. On the reality fo the Symbol
A cura di Marco Fazzini e Andrea Ponso. Traduzione di Marco Fazzini
Altre poesie di Geoffrey Hill
Geoffrey Hill. Lazzaro e la retorica, Andrea Ponso
UR. Un prefisso monosillabico grande quanto una città, Claudio Ubaldo Cortoni
Redazione: Danni Antonello, Claudio Ubaldo Cortoni, Martino Dalla Valle, Sebastiano Gatto, Pietro Mussini, John Francis Phillimore, Andrea Ponso.
Comitato scientifico: Stefano Bellanda (filosofia), Michele Bertaggia (filosofia), Adone Brandalise (teoria della letteratura), Giorgio Bonaccorso (teologia), Matteo Boscarol (nipponista), Andrea Celli (teoria della letteratura), Rino Cortiana (lett. francese), Miguel Angel Cuevas (lett. spagnola), Marco Dotti (critica letteraria), Rudy Favaro (storia dell’arte), Marco Fazzini (lett. anglosassoni), Anna Forlati (teoria dell’arte), Antonella Gargano (lett. tedesca), Andrea Grillo (teologia), Ignazio Licata (scienza), Franca Mancinelli (lett. italiana), Stefano Pellò (lett. persiana), Giorgio Pieretto (lett. ugrofinniche), Ianus Pravo (lett. iberiche), Gianluca Pulsoni (antropologia), Gian Maria Raimondi (filosofia), Enio Sartori (teoria della letteratura), Gian Roberto Scarcia (islamista), Alessandra Trevisan (lett. slave).
Coordinamento editoriale: Giuliana Manfredi, Alessandro Scansani.
Grafica: Pietro Mussini, Emanuela Nosari.
(In forma di) editoriale, Danni Antonello
Pietre d’inciampo che cantano, Adone Brandalise
Versi in forma di storia. Leopoldo Maria Panero
A cura di Sebastiano Gatto e Ianus Pravo
L(a) M(orte) P(ossibile), Ianus Pravo
Breve presentazione di Leopoldo Maria Panero
Poesie: Tre poesie inedite di Leopoldo Maria Panero
Per una lettura di Leopoldo Maria Panero, Sebastiano Gatto
Claudio Parmiggiani
Geoffrey Hill. On the reality fo the Symbol
A cura di Marco Fazzini e Andrea Ponso. Traduzione di Marco Fazzini
Altre poesie di Geoffrey Hill
Geoffrey Hill. Lazzaro e la retorica, Andrea Ponso
UR. Un prefisso monosillabico grande quanto una città, Claudio Ubaldo Cortoni
Redazione: Danni Antonello, Claudio Ubaldo Cortoni, Martino Dalla Valle, Sebastiano Gatto, Pietro Mussini, John Francis Phillimore, Andrea Ponso.
Comitato scientifico: Stefano Bellanda (filosofia), Michele Bertaggia (filosofia), Adone Brandalise (teoria della letteratura), Giorgio Bonaccorso (teologia), Matteo Boscarol (nipponista), Andrea Celli (teoria della letteratura), Rino Cortiana (lett. francese), Miguel Angel Cuevas (lett. spagnola), Marco Dotti (critica letteraria), Rudy Favaro (storia dell’arte), Marco Fazzini (lett. anglosassoni), Anna Forlati (teoria dell’arte), Antonella Gargano (lett. tedesca), Andrea Grillo (teologia), Ignazio Licata (scienza), Franca Mancinelli (lett. italiana), Stefano Pellò (lett. persiana), Giorgio Pieretto (lett. ugrofinniche), Ianus Pravo (lett. iberiche), Gianluca Pulsoni (antropologia), Gian Maria Raimondi (filosofia), Enio Sartori (teoria della letteratura), Gian Roberto Scarcia (islamista), Alessandra Trevisan (lett. slave).
Coordinamento editoriale: Giuliana Manfredi, Alessandro Scansani.
Grafica: Pietro Mussini, Emanuela Nosari.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 27 Novembre 2009 17:38)















