La stazione di Bologna alle due passate di notte.
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Devo tornare a casa, la serata di poesie a Castel San Pietro Terme è finita. Ho conosciuto Gianni D'Elia e abbiamo parlato di Saba e di altre cose. Sì, è stata proprio una serata di quelle che dimenticherò difficilmente, Matteo (Fantuzzi) alla fine era stremato, aveva addosso quella stanchezza serena di chi ci è riuscito, ed in effetti c'è riuscito - penso, è venuta tanta gente, di tante età diverse, di tanti ambienti diversi: ne abbiamo parlato spesso, si deve portare la poesia tra le persone, la serata è stata questo. Anche se non ho potuto scattare qualche foto alla cisterna sotterranea del monastero mi sento proprio soddisfatto: il chiostro con il pozzo dove si è letto mi ha colpito perché aveva questa pavimentazione di lastroni grigi ricoperta da migliaia d'aloni di licheni e nel centro il pozzo, il pavimento era tutto a schiena di mulo verso degli svasi che andavano nel vuoto. In un angolo un quadratino di tappeto quasi-rosso, le sedie disposte a cerchi guardavano verso il microfono (quando le abbiamo disposte così c'era un caldo-umido che trasformava la pelle in carta moschicida - col buio è scesa la brezza e si stava bene), sopra il tappeto quasi-rosso, la luce cadeva sui poeti che leggevano senza fare violenza al pubblico, avete presente quelle cattedrali francesi..., e hai davanti solo le vetrate azzurre con una natività od un angelo bianco, be' prendete questo, fate che i fedeli siano gli spettatori, le figure sacre i poeti, ma con niente di sacro, sì addosso a loro cade un po' di questa luce artificiale e sopra c'è solo il cielo stellato, ma loro i poeti dico, proprio per la pavimentazione a schiena di mulo stanno un poco più in basso rispetto a tutti gli altri, e così leggono e sembra che ti dicano «scusa, prego, ti dispiace?, no perché vorrei dirti delle cose» e va a finire che ti raccontano qualcosa che tu pensi, che in qualche modo è già dentro di te, da qualche parte - ma te ne accorgi solo quando loro te la tirano fuori. L'ultimo a leggere è stato proprio Matteo, ha chiuso con una poesia dedicata ad Enrico, molti si sono commossi, lo stesso Matteo. Però vi avverto, se volete sapere qualcosa di più a riguardo di questa poesia - be', dovete chiedere a Matteo.
II
Devo tornare a casa, mi spiace, è tutto corso via, so che c'è stato perché in bocca ho ancora il sapore del vino e del dolce tipico di queste parti, (di cui ora non mi viene in mente il nome, fatto sta che è una torta asprina con detro della mostarda, una torta dalla consistenza simile a quella di una prugna fresca), mi danno un passaggio fino alla stazione di Bologna, per Padova con il treno notturno non ci vuole poi molto, un'oretta o giù di lì, ma ho parecchio tempo da aspettare prima che parta.
Strano posto la stazione di Bologna alle due passate di notte, devo aspettare ancora un'ora buona perché mi arrivi il treno e vorrei trovare qualcosa da fare. Vecchio mestiere quello dell'esploratore, nuovo mestiere, forse, quello dell'esploratore urbano. Mi aggiro per le banchine dove qualche turista del nord Europa dorme per terra su uno stuoino, appoggiato ad uno zaino. Qui va meglio che a Milano, penso, perché non ci sono gli schermi che ti ripetono in continuazione di comprare un televisore o uno spray al peperoncino, qui come a Monza - e come in buona parte delle stazione ferroviarie del nostro Bel Paese - la notte la luce più forte viene dai distributori di merendine grossi come automobili e posizionati nel centro della banchina, vicino alle panchine, proprio davanti allo sbocco delle scale dei sotto-passaggi.
La sala d'aspetto della stazione di Bologna è una situazione a sé - fuori c'è quasi buio dentro un po' di luce al disinfettante, quei neon che ti gonfiano gli occhi - se si è fuori si vede la luce straboccare dai finestroni e dalla breccia dell'esplosione, arriva fino al binario uno, e lì si ferma.
Tanta gente si rannicchia poco fuori della sala d'aspetto a dormire, gente che sta nella penombra, ma dove c'è un po' di movimento. All'entrata della sala d'aspetto c'è un vigilante grosso con una cicatrice violacea sul lato destro di un collo simile ad un sacchetto della spesa floscio.
Alle due di notte passate di un sabato sera mi sento piuttosto solo, non trovo nessuno che abbia voglia di fare due chiacchiere, anche le due ragazze che ho visto passare, teutoniche, credo che si siano trasformate in una nebbiolina verde ed impalpabile come quella dei film a basso costo sui vampiri, in effetti forse erano vampiri, ma questo penso che ora non interessi.
Ultimo aggiornamento (Lunedì 16 Novembre 2009 13:18)















