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MOLTO BASTONE E POCHE CAROTE

Da quando la sanatoria Maroni, volta alla regolarizzazione di colf e badanti, è entrata in vigore lo scorso settembre, molti datori di lavoro hanno presentato alle questure e alle prefetture i documenti necessari alla regolarizzazione della posizione dei loro dipendenti, versando inoltre nelle casse dello Stato i contributi arretrati. Per molti stranieri si è accesa la speranza di poter vivere nel nostro Paese in modo legale e dignitoso, svolgendo alla luce del sole i lavori per cui gli Italiani hanno bisogno della loro presenza.

Ma qualcosa è andato storto: si è verificata una contraddizione tra l’obiettivo della sanatoria e il contenuto della precedente legge Bossi-Fini, nella quale si stabilisce che quei clandestini che, una volta scoperti, non obbediscono al decreto di espulsione, si macchiano di un reato penale e conseguentemente sono destinati all’arresto obbligatorio. Questa norma equipara chi ha solo la colpa di trovarsi in Italia illegittimamente con chi si macchia di reati penali come la truffa, il furto o lo spaccio di droga. Così, quando alcuni immigrati si sono recati alle questure con i documenti necessari alla regolarizzazione, non solo hanno visto respinta la loro richiesta, ma sono stati anche rispediti nel loro Paese d’origine, in quanto rei di non aver lasciato l’Italia in seguito ad un precedente decreto d’espulsione.

Per capire come comportarsi in questo marasma, alcune organizzazioni (come la Confartigianato di Rimini) hanno chiesto delucidazioni al ministero subito dopo la firma della sanatoria da parte di Maroni, e la risposta ufficiale, risalente al 23 settembre 2009, è stato il completo via libera alle richieste. Qualche mese dopo, in seguito ai primi casi di respingimento della richiesta e successiva espulsione, il giornale di Trieste ha segnalato il problema al ministero, che sostiene, attraverso la stessa Questura di Trieste, la legittimità della legge Bossi-Fini e quindi delle espulsioni. Agli uffici competenti non resta che comportarsi arbitrariamente, la durezza delle decisioni prese varia da questore a questore, da città a città.

La condizione degli stranieri che lavorano in Italia versa ora in questo clima di incertezza. Questa situazione, che sprofonda nuovamente gli irregolari in una condizione di illegalità, pone in evidenza come nel nostro Paese il pugno di ferro venga usato esclusivamente con le fasce più deboli della società, e come in realtà venga sempre salvaguardato il mantenimento di uno status quo basato sull’illegalità, sul sommerso, e sullo sfruttamento di categorie sociali facilmente ricattabili. Per dire no a questo, è stato lanciato a Trieste il 1 aprile un appello, che vede tra i suoi primi firmatari importanti figure della società italiana quali Dario Fo, Franca Rame, Margherita Hack, Claudio Magris, Boris Pahor, Gino Strada, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli, Paolo Rumiz, Riccardo Iacona, Massimo Carlotto, Mauro Covacich. Nella speranza che l’Italia riscopra davvero le due radici cristiane, che come ricorda Moni Ovadia parlano innanzitutto di accoglienza e rispetto dell’altro.

 

Per firmare l’appello:

http://metilparaben.blogspot.com/2010/04/appello-affinche-non-sia-una-storia-di.html

Ultimo aggiornamento (Venerdì 09 Aprile 2010 10:20)

 

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