Ai confini della città.

"09:30" - www.denispascon.it
Tragitto da Prato della Valle alla nuova stazione delle autocorriere, vicina alla Stazione ferroviaria.
Cammino nel silenzio della strada, poche auto passano a quell’ora. Osservo il solito mutamento di panorama: in centro i bar con i tavolini fuori, la gente che chiacchiera e ride con un bicchiere in mano, i turisti che gironzolano con una cartina chiedendo indicazioni per una pizzeria... a mano a mano che ci si allontana dal centro, c’è altra gente che ride, gente con la pelle nera o olivastra.
Ora sono in Corso del Popolo: due ragazzini marocchini, possono avere dodici o tredici anni, dopo aver parlato in arabo iniziano a prendersi in giro in un italiano stentato, parodiando gli insulti che possono essersi sentiti rivolgere da qualcuno: “...ladro, drogato, non puoi spacciare in centro..Marocchino ladro che non sei altro, cosa spacci qui, torna per il tuo Paese, cosa spacci al mio Paese, cosa sei venuto qui per il mio Paese?...” come una cantilena, un refrain ossessivo e grottesco. Anch’essi sono un po’ grotteschi, si guardano intorno con aria buffonesca, come se per loro quegli insulti fossero la cosa più divertente del mondo. Provo nei loro confronti una approvazione incerta: paiono proprio bambini, nella loro beffarda consapevolezza sono quasi agghiaccianti.Sul ponte, un altro gruppo, questa volta di giovani uomini italiani: colgo uno spezzone di frase. “Ho messo sotto il negro con la macchina, ma non è stata colpa mia, era colpa di quell’altra macchina che è andata via...” e giù risate da parte degli altri.
Quando varco il ponte, dirigendomi verso la ferrovia, sento di aver oltrepassato una sorta di confine. La città e la periferia: le mura cittadine esistono ancora, ma sono invisibili. Vedo soltanto volti di stranieri intorno a me, immigrati; alcuni, solitari, concludono la giornata di lavoro, con passo stanco e lo zainetto sulle spalle; altri escono in gruppo per svagarsi, ridendo tra loro di battute dette in molte lingue diverse. È la prima volta che vado a prendere l’autobus del ritorno alla nuova stazione. Solo cinque o dieci minuti di cammino la separano dal vecchio Piazzale Boschetti. Ma questa sera, camminando un poco di più, ho oltrepassato un confine. Uno dei molti, invisibili fili spinati che dividono il mondo.
Alla stazione degli autobus, è il crepuscolo: i pipistrelli svolazzano nel cielo opaco di umidità, inseguendo zanzare gustose. Sulla banchina, ad attendere un autobus per Venezia che sembra non voler arrivare mai, c’è un gruppo di ragazzi, troppo giovani per avere la patente, tre Africani, qualche immigrato dall’Est d’Europa, un Indiano che parla forte al telefono. Le altre banchine sono deserte. L’autobus arriva, prendiamo posto all’interno. Sono seduta vicino a due degli Africani, che parlano tra loro in una lingua che non riesco a identificare, forse un dialetto del Paese d’origine, forse inglese con la pronuncia difficoltosa con cui lo parlano solitamente gli Africani, forse entrambi gli idiomi mescolati. Salgono due turisti, bianchi, una coppia. Uno dei due Africani attacca discorso, avendo udito i due comunicare in inglese, e i quattro iniziano a chiacchierare piacevolmente. I due bianchi dicono di essere Neozelandesi in vacanza, i due neri raccontano di venire dalla Nigeria. Sento pronunciare “Brasil” e “Chile”, quindi forse si parla di calcio, dato che quelle sono le due squadre che si stanno affrontando per il Mondiale in Sudafrica.
La chiacchierata prosegue fino a Stra, dove tutti e quattro devono scendere. Vorrei tanto parlare un po’ anch’io, mi sento esclusa da qualcosa che sta succedendo. Questa sensazione l’ho provata anche altre volte, osservando immigrati di diverse etnie comunicare tra di loro in italiano. Mi sono sentita felice e sconfitta. Felice, perché l’amata lingua natia è il mezzo per creare relazioni tra estranei che vivono per bisogno in un Paese e in una cultura a loro estranei; sconfitta, perché molta della gente che vive qui da sempre sembra non rendersi conto che questa è un’opportunità di comunicazione e di integrazione biunivoca. Biunivoca, perché i bambini stranieri nelle scuole italiane sono sempre di più, e la prolificità degli stranieri è decisiva per la crescita demografica nel nostro Paese (come rileva anche quest’anno l’Istat). Biunivoca, perché molte voci importanti della letteratura emergente sono quelle degli immigrati di seconda generazione: nati in Italia, conoscono la nostra cultura e scelgono di scrivere nella nostra lingua, ma mantengono anche le tradizioni d’origine, diventando essi stessi esiti viventi di incroci tra innumerevoli storie diverse. Tutta questa energia positiva non può che far bene ad un Paese vecchio, immobile, impolverato, che ogni giorno scivola un po’ più nel burrone dimenticando l’esperienza del Fascismo, i diritti del lavoro conquistati con anni di lotte, e la Costituzione stessa, fondamento della vita democratica.
Allora forse bisognerebbe adottare anche in Italia lo ius solis anziché lo ius sanguinis ora vigente, ovvero estendere il diritto alla cittadinanza italiana a coloro che nascono sul territorio del nostro Paese. O bisognerebbe concedere il diritto di voto agli immigrati. Ma prima, forse, si dovrebbero varcare i confini. Bianchi e neri dovrebbero sedersi insieme nell’autobus doppio, anziché, come accade sempre, tutti gli Italiani nella parte anteriore e tutti gli stranieri in quella posteriore. Gli Italiani dovrebbero essere disposti a chiacchierare durante il viaggio con stranieri che li interpellano, curiosi di sentire storie dell’altro mondo.
I quattro scendono a Stra, e io me ne rimango sola, nell’oscurità che cala, a farmi cullare dall’autobus che riparte. Quanta umanità per la strada, e quanto sarebbe facile parlare in italiano, seppure con molti accenti diversi.
Ultimo aggiornamento (Domenica 04 Luglio 2010 18:19)















