Andate a lavorare!
In queste settimane di movimenti e venti di cambiamento, in cui stiamo mettendo in dubbio il non futuro preconfezionato che i nostri padri ci vorrebbero lasciare in eredità, mi costringo a spendere qualche parola su un fenomeno vomitevole che però è fortemente sedimentato nel senso comune italiano ed in particolare veneto: quello degli "Andate a lavorare!". La voglia di spendere del tempo per mettere in riga la vigliaccheria di questa massa silenziosa, mi è venuta durante l'occupazione della rotonda di Corso Milano a Padova durante la manifestazione del 30 Novembre, quando un piccolo imprenditore edile imbottigliato col suo furgone nella corsia di carico scarico dell'Hotel Milano, dove era finito per evitare il blocco, è sceso dall'abitacolo per urlare il classico "Andate a lavorare!" agli studenti i quali, anzichè linciarlo, hanno cercato di spiegargli il perchè della protesta.
Ora, chi negli ultimi anni ha partecipato a qualche manifestazione, oltra alla grande solidarietà e comprensione che esplicitano la maggior parte delle persone, deve sempre sorbirsi questo o quell'idiota che gli ricorda che farebbe bene ad andare a lavorare. Bene questa affermazione è falsa e infame. Perchè? Farò un elenco puntato che potrete far leggere (o leggere voi stesso nei casi di analfabetismo di ritorno) a questi cretini che credono di avere nella propria gola "la voce del popolo":
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Ci sono 13 milioni tra i 18 e i 35 anni su 60 milioni di abitanti, l'inattività giovanile è del 16% che sale al 30% se aggiungiamo gli universitari (14%) e quasi al 50% se contiamo le casse integrazione. Se a ciò aggiungiamo che chi lavora nella stragrande maggioranza dei casi è precario, il mio saggio accusatore capisce che non è poi così facile "andare a lavorare". Se effettivamente si avesse un'immissione di questa quantità di forza lavoro in massa sul mercato (parliamo di circa 8 – 9 milioni di persone), concorrenza, costo del lavoro e profitto delle piccole e medie imprese ne verrebbero fortemente intaccati, facendoci probabilmente sprofondare a livelli di reddito simili a quelli dei paesi dell'est. Quindi sono i giovani che "non andando a lavorare" tengono in piedi il sistema.
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Un secondo elemento è che effettivamente molti studenti sono anche lavoratori, e molto spesso lavoratori in nero, visto che devono pagarsi affitti e spese non coperte dallo stato. Il guadagno è in questo caso ancora di chi sfrutta questi lavoratori per evadere le tasse o farsi pagare gli affitti.
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A questo punto arriviano al rapporto tra rendita e lavoro. Se infatti il nostro caro stakanovista volesse prendersela veramente con qualcuno che non lavora e grava sulle spalle del paese, dovrebbe partire da chi, magari come lui stesso, affitta immobili agli studenti non creando nessun tipo di crescita economica e lavorativa, ma contribuendo solo a perpetuare un'espropiazione di richezza in base ad un diritto il più delle volte ereditato.
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Il nostro cinquanta o sessantenne dovrebbe anche sapere che questi "non-lavoratori" per MANTENERLO durante l'agognata pensione con un trattamento pensionistico che prevede il 95% dell'ultimo salario saranno invece costretti ad andare in pensione col 35% dell'ultimo salario, se mai ci andranno veramente.
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Al piccolo imprenditore che molto spesso fa il furbetto con le tasse (basti pensare al caso del distretto della pelle di Arzignano che viveva nella completa illegalità) gli studenti dovrebbero infine gentilmente ricordare che se lui e quelli come lui le tasse le pagassero i soldi ci sarebbero eccome, sia per un'università di qualità, sia per garantire dei livelli occupazionali civili a delle generazioni sempre più lasciate a se stesse.
Quindi la domanda che dobbiamo fare a chi ci dice "Andate a lavorare!" è: chi pesa sulle spalle di chi?
Ultimo aggiornamento (Mercoledì 08 Dicembre 2010 15:20)















