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Corpo e vita.

All'ospedale San Giovanni Bosco di Torino la morte sospetta di Sandro Lepore, un paziente ricoverato dopo un tentativo di suicidio, fa parlare di "eutanasia". I fatti non sono ancora stati accertati con chiarezza. Ma, anche nel peggiore dei casi, non sarebbe "eutanasia" il termine adatto. La notizia che al San Giovanni Bosco di Torino una infermiera abbia iniettato a Sandro Lepore (un paziente in coma ricoverato dopo un tentativo di suicidio) un farmaco che – a quanto pare – lo avrebbe portato alla morte, non dovrebbe rallegrare nessuno.

Prima di tutto è macabro che, sotto i baffi, si rallegri chi all’eutanasia è contrario (e che ora si scatena, perché un caso del genere permette di sparare a zero cartucce oneste e meno oneste). A maggior ragione, per chi l’eutanasia la sostiene, questo caso esemplifica esattamente ciò che si deve rifiutare con nettezza.

Infatti, nonostante i mezzi di informazione si stiano senza eccezione allineando su questa scelta terminologica, in questo caso non si tratta di eutanasia (al massimo si tratterebbe di eutanasia “attiva e non volontaria“, ma comunque ci sarebbe da discutere anche su questo e, anche ammettendo che sia questo il caso, c’è da tenere ben presente che questa è una forma di eutanasia esclusa a priori, mai considerata nel dibattito: mai. Nemmeno in Olanda. Figuriamoci in Italia).Niente a che vedere con Piergiorgio Welby, che era in grado di esprimere con chiarezza la propria volontà e per questo lottò fino alla fine.

Niente a che vedere nemmeno con Eluana Englaro, per la quale si trattava di sospendere la nutrizione artificiale ricostruendo la sua volontà sulla base delle testimonianze di parenti e amici.Sia per Welby che per Englaro, si trattò di eutanasia passiva, ossia la sospensione di un trattamento medico che li teneva in vita contro la loro volontà. Il caso di Sandro Lepore vede in scena quella che personalmente vedo come una pietas imprudente e frettolosa, che ha accelerato fatti pure inevitabili (dopo il tentativo di suicidio l’uomo era senza alcuna speranza di sopravvivenza, dicono i medici). Cosa dimostra questo fatto? Che il fine vita sia sacro e debba essere lasciato alla naturalità della tecnica? Esattamente il contrario: il fine vita è materia che il legislatore ha il dovere politico di regolamentare il prima possibile, in modo saggio, prudente e condiviso. Ha perfettamente ragione Beppino Englaro quando si dichiara contro ciò che avvenuto nel reparto dell’ospedale di Torino, e chi lo accusa di incoerenza sta solo cercando di confondere le già torbide acque della bioetica, per trarne un vantaggio politico fin troppo a buon mercato.E anche di più ha ragione Silvio Viale dell’Associazione Luca Coscioni quando dice:«Quanto accaduto al San Giovanni Bosco è la spia di cosa possa accadere davvero nei nostri reparti per pietà, e in accordo con i parenti dei malati, senza quelle garanzie che esistono laddove l’eutanasia e il testamento biologico sono permessi e disciplinati».

Da http://www.femminileplurale.wordpress.com/

Ultimo aggiornamento (Lunedì 16 Novembre 2009 13:32)

 

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