No italian job - Perché i laureati italiani non vedono l'ora di emigrare.
Traduzione di Alessandra Buggio da The EconomistAlessandro Wandael è un fotografo. Nella sua professione il successo dovrebbe dipendere dal solo talento, ma in Italia, suo paese natale, non è così. Spiega che i nomi accanto alle foto, nelle riviste, mostrano che i fotografi imparentati o strettamente legati in altro modo agli editori lavorano regolarmente. Quelli privi di queste relazioni, no.
Il signor Waendel, 37 anni, un tempo architetto, vive all'estero da quando si è laureato: prima a Berlino, oggi a New York. Le cifre nel campo in questione sono spesso vaghe e datate, ma il signor Waendel non è solo, tutt'altro: secondo le statistiche pubblicate dall'OECD nel 2005, è tra i circa 300.000 italiani con un'educazione superiore che hanno scelto di lasciare un paese che è divenuto ricco ma senza smantellare la struttura sociale in cui l'accesso al lavoro dipende dai legami familiari, dalle affiliazioni politiche e dalle raccomandazioni. Nel mese scorso diverse città italiane sono state protagoniste di inaspettate proteste violente da parte degli studenti, contro le riforme proposte per il sistema universitario. Alcuni commentatori hanno interpretato ciò come un sintomo della frustrazione nei confronti dell'approccio italiano alle cose da parte dei giovani più istruiti.
Quanto è serio il problema? Un membro del governo lo liquidò come inesistente nel 2002, sostenendo che solo 150-300 laureati all'anno lasciano il paese per sempre. Un ministro dell'attuale governo riconosce, personalmente, il fenomeno, ma afferma che la sola causa di preoccupazione è la partenza dei ricercatori scientifici. Tuttavia, entrambe le posizioni non reggono. Uno studio del 2004 ha dimostrato che, tra tutti gli emigrati italiani, la percentuale dei laureati è quadruplicata tra il 1990 e il 1998. Nel 1999, secondo un diverso studio, 4000 laureati hanno cancellato la loro residenza italiana. E solo il 17% dei laureati italiani negli Stati Uniti (la meta più diffusa), secondo l'(American) National Science Foundation, è legato a “ricerca e sviluppo”. La parte più consistente lavora come manager.
Ma ciò che distingue l'Italia dagli altri paesi non è il numero assoluto di laureati “in esilio” (nel 2005 ne sono usciti più da Gran Bretagna, Francia e Germania che dall'Italia), ma che ha una perdita netta di cervelli, situazione più tipica di un'economia in via di sviluppo. In altre parole, il numero degli Italiani con un'istruzione elevata che lasciano il paese è più alto del numero di stranieri con lo stesso tipo di istruzione che vi entrano. Al contrario, molte delle controparti dell'Italia tra i paesi sviluppati sono coinvolte in “scambi intellettuali”: mentre esperti informatici britannici si spostano nella Silicon Valley, ricercatori in campo medico si muovono dalla Spagna alla Gran Bretagna, per esempio.
Lo scorso anno il governo di Silvio Berlusconi ha tentato per la seconda volta in nove anni di far tornare in Italia gli accademici in esilio, stavolta con sconti sulla tassazione. Ma questo metodo non colpisce nel segno, secondo Sonia Morano-Foadi, insegnante di legge alla Oxford Brookes University, che ha intervistato più di 50 scienziati italiani emigrati nel 2006. I soggetti hanno identificato in due principali ragioni la loro decisione di lasciare l'Italia. Il primo è lo scarso investimento del paese in Ricerca e Sviluppo (il più basso tra i 15 membri pre-2004 dell'Unione Europea). L'altro, “il più importante e difficile problema del mondo accademico in Italia” è il “sistema non trasparente della scelta per l'assunzione”.
immagine rielaborata da quella di Peter ShrankUltimo aggiornamento (Lunedì 14 Febbraio 2011 12:16)
















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