Cosa accadrà all'Università a settembre?
In questi giorni sta passando all'esame del Senato il disegno di legge di riforma dell'Università, il cosiddetto ddl Gelmini. I nodi cruciali e maggiormente criticati della riforma riguardano il cambiamento dell'organizzazione universitaria, o governance, con il depotenziamento dei compiti riservati al Senato Accademico per spostare il centro di controllo nel Consiglio di Amministrazione nel quale, per legge, dovranno essere presenti dei membri esterni all'Università, questi, assieme al Magnifico Rettore rappresenteranno, per quanto concernerà deliberare a riguardo delle politiche di ateneo, la maggioranza assoluta del consiglio di amministrazione stesso. Viene modificata anche la figura del ricercatore che avrà un contratto di tre anni, rinnovabile per altri tre, senza poi aver alcuna, non dico garanzia, ma possibilità di entrare nel mondo accademico.
In questi ultimi anni i ricercatori hanno spesso dovuto sostenere buona parte del peso della didattica, nella sola Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Padova ad oggi i ricercatori coprono più di un quarto di quelli che sono i corsi previsti nel piano di offerta formativo. I ricercatori però non sono obbligati a occuparsi di didattica; in questi anni i ricercatori hanno tenuto dei corsi o per interesse personale o per aiutare un'università che era già in difficoltà dal punto di vista economico prima dei terribili tagli previsti dal ddl 180 del 2008 (legge 01/2009). I ricercatori dunque hanno un'unica carta in mano per tentare di respingere il decreto ora in discussione in Senato, un decreto che comporta una precarizzazione definitiva della loro figura; e che si tradurrà in un licenziamento di massa per tutti coloro che in questo momento sono ricercatori: ossia rifiutare di svolgere qualsiasi mansione didattica, lasciando scoperto il piano didattico e mettendo in serissima difficoltà ogni facoltà dell'ateneo padovano, che si vedrà quasi impossibilitata a fare iniziare i corsi a fine settembre (l'A.A 2010-2011 a Padova inizierà il 27/9/2010).
Uno studente si chiederà perché dovrebbe dare l'appoggio a una protesta che, fatta salva quella minoranza di loro che intende proseguire la propria formazione con un dottorato e quindi tentando la via della carriera accademica, non li riguarda. La risposta è a mio parere semplice: c'è il bisogno che gli studenti sostengano questa protesta in quanto ciò che è in ballo è la vita dell'università pubblica italiana. Pochi si preoccupano, dato che non ne sono a conoscenza, del grave colpo al diritto allo studio che viene dato dalla riforma; è infatti prevista l'istituzione di un fondo nazionale (senza alcun onere per lo stato) per premiare gli studenti meritevoli (un trucco che qui a Padova abbiamo già bloccato) senza però spiegare in cosa consista questa sbandierata meritocrazia. A causa dei tagli del governo l'anno prossimo ci potrebbe essere un aumento della tassazione studentesca, anche per poter mettere in atto tutte le novità previste dal decreto per le quali lo Stato non ha predisposto nessun fondo - sì, questa 'riforma' dovrebbe essere a costo zero, facendo ricadere ogni spesa delle pesanti modifiche strutturali sugli Atenei e sulle Regioni (questo argomento viene ribadito più di 40 volte nel testo di legge). Sarei pienamente d'accordo e sarei il primo ad abbandonare la protesta dei ricercatori nel caso questa diventasse una protesta di tipo corporativo, di pura difesa di uno status quo ante, senza la volontà di arrivare alla nascita di una vera riforma universitaria, una riforma della quale l'Università italiana ha disperato bisogno. A questo proposito, per conoscere interamente le ragioni della protesta invito tutti a partecipare alle due assemblee previste la settimana prossima: martedì 18 alle ore 10.00 di fronte al palazzo del Bo e giovedì 20 alle ore 12.30 in aula N, palazzo Liviano.
Ultimo aggiornamento (Lunedì 17 Maggio 2010 18:31)















