Uccidono la ricerca italiana. Padova protesta.
Se c'è una cosa che è propria dell'uomo, di tutti noi, oltre al fatto che si utilizzi un particolare linguaggio, è la curiosità. Mi riferisco a quella necessità di arrivare alla fine di un percorso, che può rivelarsi tortuoso, dove trovare la soluzione a uno specifico problema, o di rispondere a una esigenza particolare, che questa sia frutto di una pulsione interiore o che giunga dalla collettività qui non è importante stabilirlo.
Comunque fare tutto questo adottando un metodo di ricerca ragionato e che sia il più ampiamente condiviso. Prima di scrivere questo breve discorso mi sono domandato “che cos'è la ricerca?”, ecco, quando ho questi dubbi mi piace partire dalla 'storia di una parola' in questo caso appunto da RICERCARE. RICERCARE deriva da CERCARE così da CIRCARE e CIRCUM. Andare in cerchio, come per trovare qualche cosa. E allora immaginatevi che cosa faccia il ricercatore, gira e gira attorno a un problema per coglierlo da ogni angolatura possibile e solo dopo questo estenuante lavoro, quando dispone di più elementi possibile raggiunge il centro, e molto spesso c'è più di un ricercatore che mette 'in assedio il problema'. Be', scusate, a me piace pensarla così. Questo ricercatore sfianca il problema, e magari non riuscirà nella sua vita a raggiungere una risposta definitiva a un problema (credo che sia pericoloso anche solo pensarlo quando si parla di ricerca) - ma il suo lavoro sarà comunque servito a coloro che verranno dopo di lui, un esempio di quello che sto dicendo potrebbe essere la lotta al cancro.
Il progresso tecnologico quando aumenta la durata delle nostre vite, quando rende il maggior numero possibile di persone felici, quando vince la sua sfida contro quei mali che danneggiano le nostre esistenze o che fermano i nostri cuori, siano questi fame o malattie, quando libera l'uomo dalla prigione dei dogmi – è frutto di persone come queste, di ricercatori che, appunto, hanno dedicato il tempo che è loro stato concesso alla ricerca.
Ma il progresso di cui ho parlato fino ad adesso è frutto di un clima di pensiero particolare, dove le idee siano libere di circolare e libere - senza pregiudizio alcuno - di essere discusse e ridiscusse. La ricerca è Pensiero, Ricerca vuol dire rimettere in discussione giorno dopo giorno tutto ciò in cui crediamo perché da questa continua tensione si ottengano delle risposte sì attinenti al mondo in cui viviamo, ma in particolar modo a quello che verrà, il problema della società in cui viviamo è che non si occupa del retaggio, e colpire la ricerca ne è la riprova.
Ed è il ragionamento filosofico, occupandosi con passione a riguardo di quei grandi perché ancora opachi – del libro del mondo e del pensiero - che intanto getta, quelle basi morali e vaglia quel sistema metodologico perché tutto ciò di cui ho parlato fino ad ora si realizzi senza cortocircuitare, senza che questa realtà venga ingabbiata nelle mere logiche del profitto economico, e di quelle ideologie che impongono al ricercatore dei Tabù.
Ora vi dirò per quale motivo si debba essere contrari a una riforma che cancella la figura del ricercatore a tempo indeterminato dalla realtà pubblica delle Università italiane, al di là del fatto che, come si è già visto nei precedenti interventi, la riforma attualmente in discussione in Senato segnerà nel nostro Paese l'effettivo licenziamento di 40.000 persone, ma quello che ci deve muovere come studenti, non è, logicamente, la difesa di un meccanismo corporativo, ciò che ci deve muovere è affermare il fatto che la scomparsa di una figura come questa nella realtà, lo ribadisco, dell'Università Pubblica, non può che proporci un futuro dove le declinazioni stesse della parola RICERCA perdano la loro profondità semantica, non possiamo permettere che la ricerca si allontani dalle nostre figure di pensiero. Non possiamo permettere che la ricerca diventi nemmeno la parentesi di precariato seguita dal nulla, come se la ricerca debba essere per forza di cose un ambito di cui si occupano i giovani (ricercatori) che crescendo, si capisce bene, dovranno - se avranno fortuna - occuparsi anche di ricerca, ma soprattutto di didattica; la ricerca è quindi una sorta di parentesi formativa?, è il momento in cui l'identità dei 'maestri' si definisce e niente più?, nell'età matura si insegna, in primo luogo, e poi, chissà, nei ritagli di tempo magari - si fa anche ricerca... In un mondo dove le realtà lavorative divengono sempre più specifiche questa scelta del Governo mi sembra quanto meno contro-tendenza, aumentare gli incarichi ai docenti non è la ricetta per aumentare, di pari passo, la qualità della didattica - d'altro canto l'Università pubblica italiana è ormai stata ridotta, e non solo per via dei tagli, a uno squallido laurificio, e l'avere docenti subissati di impegni divergenti: didattica/ricerca non può che rendere la situazione degli studenti ancora peggiore.
Non dico con ciò, che un domani la ricerca non esisterà più, questo no, dico che sarà demandata a delle figure che di fatto avranno come loro mansione primaria quella di insegnare e dunque, perdonatemi la provocazione, di ripetere, di ribadire, di proporre un insieme di canoni che saranno stabiliti altrove, così facendo si svuota l'Università Pubblica del suo stesso valore istituzionale, ovvero di accogliere al suo interno la discussione, scetticismi, ragione, critica. Il domani non interessa più al nostro Governo? Questo non lo posso credere, credo invece che il domani che interessi al nostro Governo si fondi su delle basi ideologiche diverse da quelle che è necessario, oggi più che mai ribadire, che sono l'accessibilità del sapere per tutti, come d'altra parte è stabilito nella nostra Carta Costituzionale, la qualità del sapere, una formazione che non si scolli dal mondo, quello che tutti noi, giorno per giorno facciamo nostro.
Ultimo aggiornamento (Martedì 18 Maggio 2010 11:48)















